Perché la legge é legge

March 10th, 2010

Scriveva Carlo Vulpio nell’ultimo post che abbiamo pubblicato:

“Questa vicenda della presentazione delle liste non la si poteva lasciare all’esclusivo giudizio dei tribunali: sia perché è indispensabile che prima vengano accertati i fatti alla base della esclusione di una lista (e i fatti di Roma sono diversi da quelli di Milano, che sono diversi da quelli di Salerno), sia perché non si può correre il rischio che diversi tribunali diano un diverso giudizio su casi simili o addirittura identici”.

E un lettore (per certi versi giustamente) obiettava:

Non capisco cosa intenda Vulpio. L’accertamento dei fatti a chi competerebbe allora? E, “se i fatti di Roma sono diversi da quelli di Milano che sono diversi da quelli di Salerno”, quale sarebbe il rischio che “diversi tribunali diano un diverso giudizio su casi simili o addirittura identici”? Insomma, penso che anche Vulpio non abbia le idee chiare.

Obiezione utilissima. Perchè permette di allargare un po’ il discorso. E tornare su uno degli aspetti più spinosi e surreali dell’ultimo tormentone della politica italiota: la telenovelas dei ricorsi sulle liste elettorali.

Ebbene.

Non è che Vulpio non aveva o non abbia le idee chiare. Vulpio ha riassunto in poche battute, una vera babele giudiziaria. Babele giudiziaria che oggi Fabio Martini - giornalista de “La Stampa” - ha raccontato in tutta la sua magnificenza.

Secondo alcuni “ottimisti”, infatti, le cose starebbero così: il Pdl non ha rispettato la legge per presentare le liste e quindi deve essere escluso dalle elezioni. Punto e a capo. Troppo facile per essere vero. E infatti: i fatti, in questo caso, sono giudici e tribunali che dovranno accertarli. Dovranno - al futuro - perché molto, per lo meno in teoria, manca per arrivare in fondo alla questione. Che potrebbe - giudiziariamente parlando e a meno di un accordo politico - risolversi in un bizzarro e italianissimo girotondo.

Ma partiamo dall’inizio. E - seguendo il consiglio di Vulpio - concentriamoci, per semplicità, solo sul caso romano (”i fatti si Roma sono diversi da quelli di Milano…” e eccetera). E solo sul Partito o Popolo delle Libertà. Ché - se no - c’è da farsi venire il mal di testa.

28 febbraio: I partiti depositano - ovvero presentano - ufficialmente le liste in tutta Italia. E subito la Corte d’Appello di Roma decide l’esclusione della lista Pdl-Lazio per la circoscrizione di Roma.

5 marzo: Il governo vara il famoso decreto legge ad hoc per metterci una pezza. Il presidente Napolitano lo firma ed entra in vigore.

8 marzo: Giorno delle donne e, in quest’anno di grazia, anche del giudizio: il Tar - cioè il Tribunale amministrativo regionale del Lazio - si pronuncia anche lui sul caso Pdl. Il Tar sostiene l’inapplicabilità del decreto legge varato dal governo. Motivo: la materia in questione è già regolamentata da una normativa regionale. La decisione del Tar, però, è presa in via cautelare. E senza entrare nel merito.

9 marzo: Ieri, la Corte d’Appello di Roma è tornata a pronunciarsi - su ricorso del Pdl - sulla lista Pdl-Lazio e bla-bla-bla. E ha ribadito l’esclusione del partito di Berlusconi.

E uno dice: beh, sarà grosso modo finita lì. Risposta: magari.

Read the rest of this entry »

Guest post: Ragioniamo un attimo, per favore

March 8th, 2010

Riceviamo:

Caro Antonio, se vuoi infrangere ancora il divieto che ti eri dato circa la pubblicazione di post altrui, accomodati pure sul mio blog… ce n’è un altro che forse non ti dispiacerà…
un abbraccio

c.v.

E volentieri pubblichiamo questo editoriale, firmato dal Carlo Vulpio (e se non sapete chi è: date un’occhiata qui&qui&qui). Buona lettura (e mi raccomando, so che è una fatica, ma cercate di leggere anche il mio post scriptum).

Ragioniamo un attimo, per favore. Si può ragionare, o dobbiamo per forza, ancora una volta, “tifare” e agitarci come ossessi morsi dalla tarantola? E magari evocare un sinistro “intervento delle forze armate”, come fa con impressionante leggerezza Antonio Di Pietro, nemmeno fosse Antonio Tejero, il tenente colonnello della Guardia Civil che nel 1981 tentò il golpe in Spagna occupando il Parlamento? Read the rest of this entry »

Il secolo cinese - Le pillole rosse del 4/3/2010

March 4th, 2010
  1. “China viewed through two different lenses”, ChinaDaily. Non ci credono più nemmeno loro, cioè gli americani. Il “Washington Post” e la televisione a stelle e strisce “Abc” hanno lanciato un sondaggio che lascia poco spazio ai dubbi. Primo quesito: chi dominerà la scena economica mondiale nel Ventunesimo secolo? Risposta: per il 40%, saranno ancora gli Stati Uniti; ma per ben il 41%, sarà la Cina. Secondo quesito: e politicamente quale sarà la prima potenza mondiale nel secolo che stiamo vivendo? Risposta: per il 38%, di nuovo, gli Stati Uniti; ma per ben il 43%, sarà Pechino a vincere questa sfida. Insomma: in molti sono ancora convinti che gli Usa usciranno vincitori nella gara con il gigante asiatico; ma la maggioranza relativa dei cittadini a stelle e strisce teme un clamoroso sorpasso. Un’ondata di sfiducia che ha una ragione ben precisa: la crisi economica continua a sferzare il Paese guidato da Barack Obama, dove la disoccupazione da mesi è a livelli record; mentre la Cina - che ha visto il suo Pil crescere dell’8 e passa per cento nel 2009 - continua ad andare a gonfie vele. Proprio da Pechino, però, arriva una qualche forma di consolazione. Anche il quotidiano cinese China Daily - unico giornale cinese, pubblicato in lingua inglese - ha riportato la notizia del sondaggio. Ma accompagnato da un ragionamento: è vero, scrive il China Daily, che quest’anno la Cina ha scavalcato perfino il Giappone (per dimensioni assolute di Pil) ed è diventato la seconda economia al mondo. Ma è anche vero che i cinesi sono 1,3 miliardi. E presi singolarmente sono ancora “poveri”: il loro Pil pro capite (il Pil, cioè diviso per numero di abitanti) è addirittura il 96^ del Pianeta. Insomma, conclude il quotidiano cinese: non siamo ancora una vera minaccia. Per ora.
  2. “China still waiting for seat at IMF’s top table”, Reuters. Minaccia per la superemazia degli Stati Uniti o meno, la Cina continua a guadagnare spazio, prestigio e - soprattutto - posizioni. Una decina di giorni fa, Zhu Min, vicepresidente della Banca centrale cinese, è stato nominato “consulente speciale” del Fondo monetario internazionale. Secondo un editoriale pubblicato dall’agenzia di stampa Reuters e firmato dal giornalista Wei Gu: Pechino non sarebbe soddisfatta: per Zhu Min, infatti, la Cina si aspettava un ruolo più elevato e poteri esecutivi. Ma sta di fatto che con questa nomina, la Cina è finalmente entrata anche nella stanza dei bottoni di quel Fondo monetario internazonale che di fatto è la grande cabina di regia - assieme alla Banca mondiale - dell’intera economia mondiale.
  3. “China’s Hidden Debt Risks 2012 Crisis”, Business Week. Ma - e come ci siamo chiesti più e più volte - sarà davvero tutt’oro quel luce sotto i cieli di Pechino? Al coro dei dubbiosi, infatti, si è aggiunto - questa settimana - anche l’economista Victor Shih, professore alla North Western University. Che ha speso mesi a passare al setaccio i conti pubblici cinesi. Ed è arrivato alla conclusione che - anche a Pechino - la polvere sotto il tappeto è davvero tanta. Secondo il Fondo monetario internazionale, infatti, la Cina dovrebbe chiudere il 2010 con un debito pubblico pari al 22% del Prodotto interno lordo. Ma c’è un ma. E di dimensioni gigantesche. Dal calcolo del debito di Pechino, infatti sarebbe esclusa la montagna di debiti accumulata dalle singole province. Che ammonterebbe - secondo i calcoli di Shih - a ben 11.429 miliardi di yuan. Insomma: in realtà il debito pubblico cinese, sempre a fine 2010, potrebbe arrivare al 96% del Pil. Non solo. Ma nel 2009 - proprio per combattere la crisi - la Cina avrebbe spinto proprio sulla leva del debito. Ordinando alle banche di prestare danaro - ad aziende e famiglie  - a ritmi da record. Conclusione: secondo l’economista americano, la Cina potrebbe presto ritrovarsi con un debito (pubblico e privato) ingestibile. E il rischio è quello di una crisi che farebbe sprofondare l’intera Asia in una lunghissima recessione.

Guest post: Quel maledetto doppiopesismo

March 2nd, 2010

Infrango una promessa. Ma è per una giusta causa. Ho deciso di pubblicare un guest post, cioè un pezzo non firmato dagli autori storici di bamboccioni (ovvero: il sottoscritto, Ziu Antunellu; e Sandro, l’altro disgraziato che assieme a me ha creato questo sito due anni e rotti fa). E quindi sono costretto a scusarmi con alcuni dei miei lettori storici: Gigi, Eugenio Orso e Andrea Mensa. Anche loro, negli ultimi mesi, mi avevano inviato o proposto degli interventi. E io avevo risposto che non potevo pubblicarli, prima di aver fatto un restyling del blog che distinguesse appunto i pezzi dei “bamboccioni” da quelli dei loro (graditi) ospiti. Il progetto di restyling ancora langue (non per colpa mia). Ma ho deciso di fare un eccezione per un editoriale firmato da Carlo Vulpio.

Il perchè è presto detto. Vulpio è, oggettivamente, uno dei più bravi giornalisti - tra quelli che si occupano di cronaca giudiziaria - in circolazione in Italia. Ha 25 anni di esperienza sul campo. Ha, tra l’altro, raccontato sulle pagine del Corriere della Sera - finchè ha potuto - l’inchiesta Why Not, la più “censurata” della nostra storia recente. E ha una conoscenza della macchina della giustiza tricolore, che in pochi possono vantare. Quindi non stupisce che abbia firmato, qualche giorno fa, quello che - a giudizio di chi scrive - è forse il più bell’editoriale sugli ennesimi casi di corruzione esplosi nel nostro (ormai da tempo ex) Belpaese (mi riferisco, va da sè, allo scandalo Protezione civile). Quel che stupisce, semmai, è che - a oggi - sia possibile leggerlo soltanto sul suo blog e su pochi altri siti “amici”. E che Vulpio, sul Corriere, continui a scrivere con il contagocce.

Non aggiungo altro. Se non che chi volesse sapere di più sulle disavventure - anche “politiche” - di Vulpio, può dare un’occhiata a questa vecchia intervista che gli avevamo fatto. E che - con questo pezzo - completiamo una sorta di trilogia (qui e qui, gli altri due pezzi) con cui abbiamo parlato di corruzione all’italiana, cercando di andare oltre il solito luogo comune dei “politici-tutti-ladri-causa-di-ogni-male”. Noi avevamo cercato di affrontare questo tema - quello delle bustarelle - dal punto di vista “economico”. Carlo - che ci ha gentilmente dato il permesso di ripubblicare il pezzo - parla invece di funzionamento della giustizia. Era il punto di vista che ci mancava. E che siamo felici di offrirvi. Buona lettura.

Lo scandalo della “cricca” della Protezione civile rivela un Paese marcio “dentro”. A destra, a centro e a sinistra. Sopra e sotto. Di fronte e di profilo.

Al di là dell’accertamento dei reati e di chi li ha commessi (poiché la prima impressione è che dal grano – come cereale e come quattrini – ci sarà da separare un bel po’ di paglia), sono i dettagli non costuituenti reato a fare la differenza in questa storia. E a dirci chi siamo, cosa siamo diventati.

Read the rest of this entry »

Scommettiamo che

February 28th, 2010

La faccenda è complicata. Vediamo di semplificare: usiamo un bel po’ di immaginazione e facciamo un esempio. Immaginate che qualcuno - chessò, un tal Giulio - dica a tutti di essersi messo a dieta. E immaginate che il suo macellaio di fiducia - un tal Pippo - decida di giocargli un brutto scherzo, e di farci anche qualche soldino. Per esempio:  immaginate - lo so, ci vuole una bella fantasia, ma fate uno sforzo - che Pippo convinca Giulio a comprare e mangiare di nascosto quintali di costolette di maiale. E poi che Pippo vada dagli altri amici e dica qualcosa tipo: scommettiamo che il nostro carissimo Giulio non ce la fa a dimagrire? Io faccio il banco e voi puntate…

Bene. Piantiamola di far correre la fantasia. E torniamo alla realtà. Perchè è realmente successo qualcosa di simile. Protagonisti: la Grecia sull’orlo del fallimento; e una banca d’affari americana, Goldman Sachs. A svelare l’inghippo è stato uno dei giornali più blasonati “made in Usa”, il New York Times. Che l’intera faccenda l’ha riassunta così: “Banks Bet Greece Defaults on Debt They Helped Hide”. Ossia: “Le banche scommettono che la Grecia faccia default sul debito che loro hanno aiutato a nascondere”.

Già, perchè questa settimana è successo anche questo. E’ successo che il New York Times ha scoperto che Goldman Sachs - una delle prime banche d’affari di Wall Street, e quindi del mondo - ha aiutato la Grecia a taroccare i suoi conti pubblici e a nascondere i suoi debiti (in cambio di quattrini, ovvio; e con complicati strumenti finanziari). Questo, prima (cioè in passato). Mentre quest’anno - a settembre - sempre Goldman Sachs ha aguzzato l’ingegno. E assieme a un gruppo di altre banche - tra cui un altro colosso della Finanza a stelle e strisce, ovvero JpMorgan Chase - ha dato vita a una società, con sede a Londra e a un lucroso sistema di “scommesse”.

La società si chiama Markit Group. Il sistema di scommesse è un indice, chiamato iTraxx SovX Western Europe Index. E sì, misura appunto il rischio fallimento per i 15 Paesi dell’Unione Europea con più problemini sulle spalle. Grecia, va da sè, compresa. Markit Group, i soldi, li sta facendo così: ha dato la possibilità ai trader di scommettere sull’andamento dell’indice e in cambio chiede una certa somma - fissa, per la cronaca - a tutti quelli che vogliono partecipare alla partita. E fin qui - si fa per dire - tutto bene. Se non fosse che questo iTraxx SovX e bla-bla-bla ha per giunta peggiorato le cose. Per la Grecia, s’intende. Read the rest of this entry »