Solo gli stupidi non cambiano idea/3

February 8th, 2010

Il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, sarà il candidato presidente del centrosinistra alle elezioni regionali della Campania.  (…) Attacca Luigi De Magistris: «Per noi è improponibile. Sono in corso due processi contro De Luca. La questione morale non può partire da lui». Incalza Antonio Di Pietro: «Il Pd ritiri questa scelta. Altrimenti siamo pronti a cercare un altro nome con il resto della coalizione».

(La Repubblica, 31 gennaio 2010)

«Ma mica De Luca se l’ è comprato, il Pd? Mica ce lo ha detto il Padreterno che deve essere lui? Non è assolutamente il nome adatto per dare alla Campania la svolta che merita. Non vedo perché impiccarsi al ricatto, alla forzatura di uno solo». Antonio Di Pietro, pur confermando che «l’ accordo con il Pd resta ed è forte in tutte le altre undici regioni», è categorico sul no alla candidatura del sindaco di Salerno.

Di Pietro, il veto dell’ Idv resiste anche dopo la designazione ufficiale del Pd?

«C’è un equivoco. Non c’ è un veto dell’ Idv. C’ è un nome che il Pd propone e sui cui praticamente il resto della coalizione non è d’ accordo».

C’ è chi nota una contraddizione: lei ha sempre auspicato discontinuità dopo il quindicennio di governo bassoliniano, e De Luca si è imposto proprio con questo slogan. Ora, in sintonia con i bassoliniani, chiedete un passo indietro a De Luca.

«Ma io voglio uscire dalla logica della lotta tra cacicchi o tra sultani. Non mi interessa. Allora, se la suonano e se la cantano tra loro? Noi diciamo che la candidatura di De Luca non unisce, ma divide. Di più. Osservo che è lui come candidato ad essere solo, non il centrosinistra ad essere spaccato. E vogliamo veramente regalare la Campania al centrodestra, ai Cosentino?»

Quali sono le vostre ragioni contro l’ opzione De Luca?

«Una ragione politica e un’ altra etica. Politicamente, non possiamo mettere la stessa faccia che governa da anni e anni il suo pezzo di territorio e spacciarla per il nuovo. La sua politica non rappresenta la discontinuità. Noi dell’ Idv non siamo per la politica del meno peggio, della rassegnazione».

L’ altra motivazione riguarda i due processi in cui è implicato il sindaco di Salerno?

«Sì. Suggerirei all’ imputato De Luca di impiegare il suo tempo a difendersi nei processi. Ne avrà di cose da ricostruire e da dire».

(Antonio Di Pietro, intervista a La Repubblica, 1^febbraio 2009)

L’Idv “assolve” De Luca con standing ovation

(Il Fatto quotidiano, 7 febbraio 2010)

Un colpo di teatro. Una trovata che, da sola, spiega quanto Antonio Di Pietro tenga in pugno la sua gente. Che cosa si fa dentro l’ Italia dei Valori quando il nome di un candidato altrui non passa, magari perché rinviato a giudizio,e dunque destinato automaticamente, per una platea sin qui giustizialista, alla lista nera? Semplice: si prende la persona in questione, nel caso Vincenzo De Luca, scelto dal Pd per il dopo Bassolino, e la si porta nella fossa dei leoni (ovvero di fronte alla platea del congresso dell’Italia dei valori; congresso che si è tenuto lo scorso fine settimana a Roma, NdA…). Votatemi, votatemi, non vi deluderò (dice in sostanza De Luca, di fronte alla platea dipietrista, NdA). E il rinvio a giudizio per truffa e concussione? De Luca si ripete: «Sono finito in questa storia perché ho difeso 200 operai licenziati…». Basta. Il «processo breve» è finito, l’ “imputato” ha convinto, può andare, acclamato dal popolo. Occorre votare? Ma no, è evidente la standing ovation, e ci sono i giornalisti che hanno visto tutto. «Da soli non se fa’ figli…», aveva detto Di Pietro in mattinata, già convinto di dover marciare con il Pd (Amen, NdA).

(La Repubblica, 7 febbraio 2010)

Di giravolte, nella politica italiota, se ne sono viste (e se ne vedono) tante. Ma un triplo salto mortale così - e per di più in soli sette giorni - merita una standing ovation.

Davvero un Belpaese, l’Italia. Dove il sole sempre splende, il mare sempre luccica. E la coerenza è un inutile optional.

P.S. Qui trovate il “Solo gli stupidi non cambiano idea” numero 1. E qui il numero 2. Buona (si fa per dire) lettura.

Su ma giù

February 7th, 2010

Poveri cugini americani. Si trovano nel bel mezzo della peggior crisi economica dai tempi del catastrofico ‘29, e in più devono sorbirsi un’informazione che assomiglia sempre di più alla gloriosa propaganda dei tempi del fu Istituto Luce (quella, per capirci, del nostrano ventennio).

I fatti. Questa settimana il dipartimento del lavoro degli Stati Uniti ha sfornato i nuovi dati sulla disoccupazione. Che hanno scatenato - per lo meno sulle pagine dei giornali - una nuova ondata di ottimismo. Il New York Times è arrivato a parlare di “segnali di rinascita”. I quotidiani tricolori, al solito, lo hanno seguito a ruota. Ma le cose stanno proprio così? Sì, ma no. Spulciando il rapporto del dipartimento del lavoro, infatti, si scopre che - in effetti - il tasso di disoccupazione sarebbe diminuito. Passando dal 10% di dicembre 2009 al 9,7% di gennaio 2010. Ma c’è appunto un ma. Le aziende avrebbero, infatti, tagliato 20mila posti di lavoro.

Possibile? Nella realtà, no. Ma statisticamente, sì. Per due ragioni. La prima, la spiega assai bene Calculated risk - blog economico che negli Usa è un vero e proprio punto di riferimento per gli addetti ai lavori. In pratica. Il tasso di disoccupazione viene calcolato intervistando un campione di lavoratori. Il numero di posti di lavoro creati o distrutti, invece, viene stimato con un’altra serie di interviste, ma fatte alle aziende. Ecco perchè i risultati possono divergere. O per dirla con un’espressione cara a un ruspante politico tricolore: possono non “azzeccare” tra loro. E ancora, e più importante. Ragione numero due. I disoccupati sarebbero meno (14,8 milioni di senza lavoro a gennaio 2010 contro i 15,2 milioni di dicembre 2009). Epperò. Anche l’esercito di persone che il lavoro non lo cerca proprio più (perchè ormai dispera di trovarlo) avrebbe ulteriormente ingrossato le sue fila. A dicembre 2007 - quando è iniziata ufficialmente la recessione negli Usa - gli “scoraggiati” erano 363mila. A dicembre 2009, erano quasi triplicati: 929mila. E ora - a gennaio 2010 - hanno sfondato la barriera del milione (per la precisione, sarebbero circa 1milione e 65mila). Cui va aggiunto un altro milione e mezzo di persone che il lavoro l’ha perso e non l’ha cercato, ma solo nel mese di gennaio. Per cui - in base ai metodi dell’ufficio di statistica - non merita ancora l’appellativo di scoraggiati. Scoraggiatelli, li potremmo definire.

Dirà qualcuno di voi: embè? Embè questi scoraggiati e questi scoraggiatelli non vengono calcolati nel novero dei disoccupati. Stanno a parte, diciamo. Una scelta che - con un po’ di malizia - si potrebbe definire un bel modo di nascondere la polvere sotto il tappeto.

E di polvere sotto il tappeto, gli Stati Uniti ne hanno accumulata tanta. E non solo durante la crisi.

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La Bolsa o la vita

February 5th, 2010

spagna2

Da un po’ di tempo, chi scrive si chiedeva come facesse la Spagna - un Paese con un tasso di disoccupazione attorno al 20% - a tenere a galla la sua economia. Bene (anzi, male). Ora se lo stanno ufficialmente chiedendo anche i mercati. E non solo loro.

Crac e Crack - Le pillole rosse del 4/2/2009

February 4th, 2010
  1. “U.S. May Lose 824,000 Jobs as Employment Data Revised”, Bloomberg. Non tutte le ciambelle riescono col buco. E neppure le statistiche. Ogni anno, a febbraio, il dipartimento del lavoro degli Stati Uniti rivede le sue stime sulla disoccupazione. Le cifre ufficiali ancora non sono disponibili (dovrebbero arrivare domani). Le prime previsioni, invece, sì. Secondo l’agenzia di stampa Bloomberg, l’errorino non sarebbe di poco conto: i disoccupati sarebbero ben 1 milione in più (nel periodo aprile 2008-marzo 2009) di quanto stimato. Più che pioggia, un autentico diluvio sul bagnato. E infatti. I numeri ufficiali - già prima di essere rivisti - parlavano sufficientemente chiaro. Punto primo: da dicembre 2007 (data ufficiale dell’inizio della recessione negli Usa) a dicembre 2009, i posti di lavoro andati in fumo sono stati 7,6 milioni. Punto secondo: i disoccupati a stelle e strisce - sempre a dicembre 2009 - erano un esercito di 15,3 milioni di persone (ovvero: il 10% dell’intera forza lavoro). Punto terzo: i lavoratori a stelle e strisce costretti a lavorare part time (perchè non c’è abbastanza lavoro) erano 9,2 milioni. Le persone che il lavoro non lo cercavano più (perchè lo hanno già cercato disperatamente e ora si dicono “scoraggiati”), 929mila. Risultato: tra chi non ha lavoro, chi non lavora abbastanza e chi proprio ha smesso di cercarlo, siamo arrivati - a dicembre scorso, dopo 2 anni di crisi - a quota 25,5 milioni di persone (circa). Cui ora - se gli analisti di Bloomberg dovessero aver ragione - dovremmo aggiungere un altro miloncino di disoccupati. Perchè come ha più volte ripetuto il nostrano premier Berlusconi: la crisi non è poi così seria. E le statistiche, per l’appunto, nemmeno.
  2. “Spain’s official jobless total tops 4m”, Financial Times. Se gli Stati Uniti piangono, l’Europa non ha proprio nessuna ragione di sorridere. Spagna, in primis. Il Paese del premier (ex) delle meraviglie, José Luis Rodriguez Zapatero - giusto martedì scorso - ha aggiornato la conta ufficiale dei senza lavoro: i disoccupati sono balzati a 4 milioni; ovvero il 17 e rotto per cento della forza lavoro iberica; ovvero anche il dato più alto da quando queste statistiche vengono compilate con i metodi attuali (ossia dall’anno di grazia 1996). Un caso - quello spagnolo - drammatico, ma non isolato. Nella speciale e sfortunata “classifica” della disoccupazione europea, infatti, prima è la Lettonia (con un tasso di disoccupazione al 22,8%), seguita appunto da Spagna; Estonia (15,2%); Lituania (14,6%); Slovacchia (13,6%); Irlanda (13,3%); Ungheria (10,7%) e Portogallo (10,4%) e Grecia (9,7%). La media, nell’Europa a 27, è invece poco più bassa di quella degli Stati Uniti: 9,6%. L’unica consolazione - per chi abita nel Belpaese - è che l’Italia (senza calcolare i cassaintegrati) sarebbe messa meglio. Con un tasso di disoccupazione pari a solo l’8,5%.
  3. “Sostenere le banche? E’ costato 2.500 miliardi”, La Stampa (articolo non disponibile on line). Quindici milioni di disoccupati negli Stati Uniti e altrettanti nel Vecchio continente (in Europa, per la precisione, i senza lavoro sarebbero, secondo l’istituto europeo di statistiche Eurostat, 15,7 milioni). Questo il bilancio di una crisi che ufficialmente - sic dixerunt i primi ministri di mezzo mondo, nostrano Berlusconi compreso - dovrebbe essere finita. Anche se i punti interrogativi sul futuro rimangono tanti. E il prezzo pagato elevatissimo. Non solo in termini di lavoro. La crisi - nata dagli errorucci di valutazione di alcuni dei più bei nomi dell’Alta finanza internazionale ed esplosa con il caso dei mutui subprime - ha costretto i governi dell’intero orbe terracqueo a correre ai ripari, soccorrendo banche e banchieri vari. Con un fiume di danari - pescati dalle tasche dei contribuenti - che finalmente comincia ad avere una forma definita. Secondo i calcoli della banca d’affari italiana Mediobanca, gli Stati Uniti - tra garanzie e quattrini veri e propri - avrebbero impegnato qualcosa come 1.398 miliardi di euro (circa il 10% dell’intero Pil a stelle e strisce). Mentre la vecchia Europa avrebbe messo sul piatto solo - e “solo”, si fa per dire - 1.028 miliardi di euro. Soldi davvero spesi bene. Che però non hanno impedito alla disoccupazione di esplodere. E non hanno neppure impedito ai banchieri - anche nell’anno di disgrazia (economicamente parlando) 2009 - di distribuirsi la solita ricca messe dei loro (ormai) leggendari bonus. Amen.
  4. “Morgan, in campo Bersani: Merita un’altra possibilità”. Per finire, una nota positiva. Tempi così difficili hanno finalmente spinto la classe politica italiota a far di necessità virtù. E a sposare una maggior austerità, serietà e morigeratezza. Il ministro della Gioventù, la trentenne Giorgia Meloni - che sarà sicuramente in pena per i tanti coetanei precari e senza lavoro - ieri è intervenuta sulla radio del suo ministero (che sì, ne ha una, e si chiama, senza troppa fantasia, Radio Gioventù). E ha partecipato all’intervista del cantante Marco Castoldi, in arte Morgan. Argomenti: il crack (inteso nel senso della cocaina da fumare); il passato di sballi del suddetto Morgan; e l’esclusione da Sanremo sempre di Morgan (per gli sballi&il crack). Per fortuna oggi, il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani ha risposto per le rime. E ha detto a gran voce la sua. Chiaramente sempre sul crack e Sanremo e Morgan. Morgan a cui, testuali parole di Bersani, bisognerebbe dare una seconda possibilità. Certo: ancora si parla di crack e non di crac dell’economia mondiale. Ma - rispetto al fumoso dibattito politico dell’anno scorso - si tratta comunque di un passo in avanti. Ora manca solo una consonante. Ce la possiamo fare.

Non raccontate mai niente a nessuno

January 29th, 2010

Capita a poche persone di avere un sogno (non tanti sogni di plastica, figli di un’indigestione di pubblicità; un sogno vero, personale, di quelli che ti tormentano per una vita intera). Ancora meno sono in grado di raccontarlo, mettendolo magari nero su bianco sulle pagine di un libro. Pochissimi - anzi quasi nessuno, quel benedetto sogno, è capace di realizzarlo e di viverlo.

Jerome David Salinger, ieri, è morto. Come chiunque altro non ha potuto evitare questa spiacevole necessità. Ma - come pochissimi - prima di morire, è riuscito a fare queste tre cose: avere un sogno, raccontarlo, viverlo. Read the rest of this entry »