Domandare è lecito (anche a Boffo)
Forse quotidiani e tivù finiranno per stupirci con tanto di effetti (ed inchieste) speciali. Ma per adesso il mistero (a tratti) buffo del direttore dell’Avvenire, Dino Boffo - che, secondo il quotidiano berlusconiano “Il Giornale”, sarebbe omosessuale; avrebbe avuto come amante un uomo sposato; e ne avrebbe molestato (telefonicamente) la moglie - rischia di diventare la Caporetto dell’informazione italiana. Perchè questa storia pare sia rimasta inspiegabilmente rinchiusa in qualche cassetto per cinque anni. E perchè nessuno - per ragioni diverse - sembra volerla raccontare fino in fondo. Con il risultato che più passano i giorni e più il caso Boffo si fa garbuglio. E la storia da una è diventata già nessuna o centomila. Quasi fosse una novella di Pirandello e non una triste - tanto che sia vera, tanto più se fosse falsa - realtà.
Ma di realtà - in questi giorni sui giornali (per tacere delle tivù) - se ne è vista poca. Solo schegge e brandelli contradittori. Ieri, Dino Boffo sul suo giornale - che poi è il foglio dei vescovi italiani - ha annunciato che trascinerà “il Giornale” in tribunale. E ha sparato la notizia - con una punta di ironia (ma non troppa) - che le carte su cui si fondava l’inchiesta-scandalo erano truccate:
È sorprendente che proprio il Mourinho dei direttori (cioè il direttore de “Il Giornale”, Vittorio Feltri, NdA) il più mediatico dei mediatici, il più elegantone degli eleganti, il principe dei furboni, non si sia peritato di sottoporre previamente a qualche conoscitore di cose giuridico-giudiziarie quel cosiddetto documento - e se si trattasse di una banale lettera anonima, degna di ritornare tra quella spazzatura da cui proviene? - per smascherarne eventuali aporie, incongruenze, o addirittura strafalcioni.
Notizia rilanciata da “Repubblica” e “Corriere”. Che hanno confermato che quelle carte - anzi, per la precisione quelle due carte - altro non erano che una copia del certificato del casellario giudiziario di Dino Boffo (che riportava notizia della condanna per molestie alla persona). E una lettera anonima che sarebbe stata, per altro, inviata due mesi fa a tutti i vescovi del Belpaese.
Solo “una patacca”, come ha scritto Boffo, quindi? Non secondo Mario Adinolfi, uomo del Partito democratico ed ex collaboratore di Boffo all’Avvenire. Che, in un’intervista al quotidiano diretto da Feltri, oggi ha ribadito che “le carte” anonime “su Boffo sono tutte vere”:
Il decreto penale di condanna è un fatto. E l’informativa (cioè la lettera anonima, NdA) che non conosco e che ho appreso dal “Giornale” corrisponde a quel che è noto dei comportamenti di Boffo.
E come fa Adinolfi - che ora è in forza a Red Tv, la televisione satellitare vicina a Massimo D’Alema - a saperlo? Uno dei tanti misteri del caso Boffo. Ma fatto sta che Adinolfi di quella condanna - che secondo la lettera anonima pubblicata da “il Giornale” risalirebbe a cinque anni fa - aveva già scritto sul suo blog nel lontano 2005. Spiegando che i colleghi di Boffo - cioè i direttori dei principali quotidiani italiani - avevano deciso di lasciarla cadere nell’oblio:
Pare che il direttore di un quotidiano cattolico abbia ricevuto un decreto penale di condanna. Ma non oggi, l’anno scorso. Tutti i giornali ne sono a conoscenza, a Roma se ne chiacchiera con gusto giusto da un anno, ma per quello strano patto che fa sì che i direttori di giornali si proteggano tra loro, sui giornali non troverete una riga sull’argomento.
Un (presunto) caso di solidarietà pelosa di Casta. Che tra ieri e oggi ha trovato le prime conferme.
Conferme che arrivano da un giornalista del Corriere della Sera, Lorenzo Salvia. Che ieri - nelle pieghe di un suo articolo - ha ricostruito con molta nonchalance quella che lui definisce “la versione dei fatti che lo stesso direttore dell’ Avvenire aveva dato già in passato, quando le prime voci cominciarono a circolare”. Una versione che - però - al grande pubblico italiota non era semplicemente mai stato raccontata:
la condanna per molestie, secondo quanto Boffo ha ripetuto anche in passato e sostiene ancora adesso, potrebbe essere diversa da come è stata presentata. Verso la fine del 2000 il direttore dell’ Avvenire avrebbe scelto come suo collaboratore un ragazzo che era ospite della Comunità incontro, il centro di recupero per ex tossicodipendenti fondato da don Pierino Gelmini vicino ad Amelia, in Umbria. Era un modo per aiutare una persona in difficoltà a ricostruirsi una nuova vita. Ma sarebbe stato proprio quel ragazzo a fare quelle telefonate insistenti alla signora di Terni che poi ha querelato per molestie il direttore dell’ Avvenire. Boffo avrebbe deciso di proteggere il ragazzo preferendo chiudere la vicenda nel più breve tempo possibile. E sarebbe stato questo a spingerlo a patteggiare davanti al giudice per l’ udienza preliminare di Terni e pagare l’ ammenda di 516 euro. (…) Le telefonate insistenti, quindi, sarebbero partite dal cellulare di Boffo ma non sarebbe stato lui l’ autore delle minacce, bensì il suo collaboratore, poi morto per overdose.
Curiosamente: i (presunti) guai di Boffo si incrocerebbero - geograficamente e secondo il “Corriere” - con disavventure giudiziarie ancora più clamorose, quelle di un prete una volta molto mediatico e ora scomparso dalla scena: Don Pierino Gelmini (accusato di molestie sessuali, molto vicino a Berlusconi; e cui i bamboccioni avevano dedicato un simpatico ritrattitno qui). E sfortunatamente: uno dei testimoni in grado di scagionare il direttore di Avvenire - quel collaboratore tossicodipendente, vero autore delle molestie telefoniche - sarebbe morto e sepolto. Per overdose. Quando si dice gli strani casi della vita.
Strani casi della vita che Boffo avrebbe raccontato anche a un altro giornalista (ex de L’espresso), Pino Nicotri. Che oggi - sul giornale on line di cui è direttore (“Giornalettismo”) - ha scritto che Boffo, nel 2006, gli avrebbe spiegato che:
“Sì, è vero, ho transato una condanna in un processo nato per molestie a base di telefonate che partivano dal telefono del mio ufficio di Roma, ma della cosa s’è occupato il legale del giornale, non un mio legale privato. Qualcuno infatti ha usato il mio telefono, approfittando delle mie assenze. Quando ho saputo della cosa mi sono fatto più furbo e ho imparato a chiudere a chiave la stanza e a evitare che vi si potesse telefonare senza controlli”.
Ma la stranezza più grande - torniamo a ripeterlo - è il comportamento della stampa tutta. Benissimo ha fatto “Repubblica” a svelare - per prima e per mano del vicedirettore Giuseppe D’Avanzo - che le carte su cui si basava l’intera inchiesta del berlusconiano “il Giornale” erano truccate. Ma il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari - per ora - non ha ricostruito una virgola delle disavventure sentimental-giudiziarie che si sono abbattute come una slavina sul giornale dei vescovi italiani. Mentre proprio quel “Giornale” motore dello scandalo, da ieri, non ha fatto marcia indietro, ma ha comunque tirato il freno a mano. Il neodirettore Vittorio Feltri, del resto, è già riuscito a levare a Berlusconi Silvio, fratello del suo editore Berlusconi Paolo, un bel po’ di castagne dal fuoco di escort e Noemi varie. Scrivendo che “nessuno, tantomeno al Giornale, si sarebbe occupato di una cosa simile se lui (Boffo, NdA), il Principe dei moralisti, non avesse fatto certe prediche dal foglio Cei (sigla che sta per Conferenza episcopale italiana, NdA) per condannare le presunte dissolutezze del Cavaliere”. E compiuta la missione, Feltri non sembra per adesso intenzionato a tirar fuori la prova regina (se ce l’ha).
Eppure tanti sono ancora i dubbi. E tante sono le ragioni per cercare di vederci chiaro. Lo ripetiamo: Dino Boffo è davvero omosessuale? Ha davvero avuto una relazione con un uomo sposato? Ha davvero patteggiato quell’ammenda per quelli che lui chiama semplici “fastidi telefonici”? E’ vero, come ha scritto sempre il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, che “del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori”? E se quei pochi stralci della nota informativa pubblicati da “Il Giornale” non sono stati montati ad arte, ma raccontano la pura e semplice verità, che ci fa Boffo ancora alla guida di un giornale che dell’etica cattolica non fa solo la sua bandiera, ma la sua ragion d’essere? Ma soprattutto perchè nessuno - compreso “Il Giornale” - ha ancora intervistato il direttore di Avvenire?
I giornalisti italiani - anche i sedicenti alfieri della stampa libera - non possono pretendere che chicchessia (presidenti del consiglio compresi) risponda alle loro domande scomode, se poi quelle domande scomode non hanno il coraggio di farle a un loro (per quanto blasonato e gallonato) collega. E milioni di persone - la comunità omosessuale; chi convive e vorrebbe vedere i suoi diritti di coppia di fatto riconosciuti dallo Stato; chi vorrebbe ricorrere alla fecondazione assistita senza troppi lacci e lacciuoli - hanno tutto il diritto di sapere se il Vaticano combatte le sue battaglie onestamente o all’insegna di una doppia morale.
La posta in gioco è grande. E il finale non è ancora scritto. Perchè - come ha scritto proprio Dino Boffo, l’involontario protagonista di questa storia sulle colonne di Avvenire - Feltri potrebbe aver semplicemente pestato “una cacca ciclopica” (anzi, pubblicando ampi stralci di una lettera anonima, a modestissimo avviso di chi scrive, lo ha già fatto; autosqualificandosi per sempre). Ma sarebbe bello saperlo. E sarebbe bello che almeno per una volta i grandi giornali italiani fossero capaci di sbrogliare il garbuglio che hanno contribuito a creare. Forza, signori dell’informazione, stupiteci. E non lasciate che tutto si chiuda all’italiana. Cioè con l’omertà. E magari qualche dimissione, è proprio il caso di dirlo, provvidenziale.
































September 1st, 2009 at 1:31 am
Che, oltre alle “mafie” dei petrolieri, dei banchieri, delle televisioni (intesa come proprieta` e conflitto di interessi), delle scuole guide, delle farmacie, dei notai, della Sanita`, volete dirmi che c` e` anche una “mafia” dei giornalisti?
Un Gigi polemico..
September 1st, 2009 at 1:13 pm
@Gigi,
“volete dirmi che c` e` anche una “mafia” dei giornalisti?”
Sì. E’ prassi - abbastanza comune - che i giornalisti non scrivano dei guai giudiziari dei colleghi. Parola di giornalista.
September 2nd, 2009 at 11:33 am
Perchè Boffo si dimette se è così sicuro del suo? Bah!
Una mia lettera a Boffo:
http://www.moschebianche.it/2009/09/02/lettera-a-boffo/
September 4th, 2009 at 12:44 pm
[...] Caporetto doveva essere. E Caporetto è stata. Dino Boffo – il direttore di quell’Avvenire, quotidiano dei vescovi, cui Vittorio Feltri e il suo “Giornale” avevano dedicato un ritrattino per così dire inedito (dipingendolo come omosessuale e raccontando che era stato condannato per molestie) – alla fine si è dimesso. Segnando una durissima sconfitta per l’informazione italiana tutta. [...]