I Figli degli altri
Nel Belpaese, la colpa è sempre (e solo) degli altri. Un copione ormai logoro. Scritto nei secoli dai cultori dell’arte antica dello scaricabarile. Ma cui - giusto giovedì scorso - si è aggiunta l’ennesima pagina gloriosa. Grazie al presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. Che ha detto la sua sulle elezioni. E - tanto per non perdere l’abitudine (e come potete leggere su Corriere.it) - se l’è presa con i vari Veltroni, Berlusconi&co. Dicendo chiaro e tondo che è ora che i partiti la facciano finita con il nepotismo. Perché, ha accusato Montezemolo, “non possiamo avere un Paese in cui in campagna elettorale, nelle liste elettorali, ci siano tutti i ‘figli di…’”. E perché ormai è arrivato il momento anche per l’Italia di vivere “meno di cooptazione e più di merito. Abbiamo bisogno che, dalla prima elementare, il figlio di chiunque, se è bravo, deve poter crescere”.
Ora. Congiuntivi a parte - ovvero a parte quell’augurio scolastico sgangherato con un “deve” in più e un “debba (poter crescere)” in meno -, quelle del presidente di Confindustria sono indubbiamente parole giustissime. Perchè alle (pen)ultime elezioni (quelle del 2006, per capirci), si era davvero toccato il fondo. Con una caterva di figli (come il deputato azzurro Giuseppe Cossiga, pargolo dell’ex presidente della Repubblica, Francesco); fratelli (il senatore verde Marco Pecoraro Scanio, detto “Pecoraro Dolly” e sangue del sangue dell’ormai ex ministro Alfonso); e mogli (la senatrice Ds, Anna Serafini, dolce metà dell’ex segretario della Quercia, Piero Fassino); e pure ex mogli (la senatrice forzista, Mariella Bocciardo, ex consorte di Paolo Berlusconi) che erano stati letteralmente catapultati nelle aule di Camera e Senato. Nomi - quelli delle tribù protagoniste di questa legislatura ormai al tramonto - che, per la cronaca, sono stati messi tutti in fila da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel celebre pamphlet “La Casta” in un elenco lungo una decina di paginette. Ma che nella vere e proprie vicende “tribali” della nostra Repubblica rappresentano non un’eccezione. Ma la regola.
Perché buona parte dei soliti noti che affollano Palazzi e puntate di “Porta a Porta” - come Massimo D’Alema (fu Giuseppe, deputato) o Giorgio La Malfa (fu Ugo, ministro) - sono tutti “figli di”. E perché purtroppo la storia - come insegnavano gli antichi - si ripete. Tanto che Walter Veltroni (figlio dell’ex direttore del primo Tg Rai, Vittorio) proprio questa settimana ha scritto di suo pugno l’ennesimo capitolo di questa infinita saga famigliare. Presentando una capolista in Lazio, Marianna Madia, che sarà giovane (27 anni) e preparatissima (per carità). Ma che è tutt’altro che un volto nuovo nelle stanze della politica. Perché - come ha ricordato La Stampa - figlia, per coincidenza, del (fu), Stefano Madia, consigliere comunale (fino alla morte, nel 2004) nelle file della Lista per Veltroni, a Roma. E nipote di Titta Madia, celebre avvocato romano e legale (tra gli altri) di Clemente Mastella. E - per giunta e sempre per caso - ex fidanzata di Giulio Napolitano, quarantenne figlio del presidente della Repubblica, Giorgio. Imbarazzo da parte di Walter? Nessuno. Anzi Veltroni ha dichiarato - come potete leggere qui - che persone come la sua giovane pupilla segnalano “la differenza delle nostre scelte” da quelle del centrodestra che rappresentano “la politica di ieri”. Che - evidentemente - aveva il difetto di non tener conto del ruolo pur importante di amici di famiglia ed ex fidanzate.
Insomma. La Casta è una casta, come hanno scritto Rizzo&Stella e come ha lamentato indirettamente Montezemolo, non solo per i mille privilegi scandalosi. Ma anche - e soprattutto - perchè chi ne fa parte eredita onori (molti) e oneri (pochi) come un comò. E però c’è un però.
Perché - appunto - in Italia, colpa e torto sono sempre (e solo) degli altri. E perchè - appunto - a lanciare il monito “antinepotista” è stato pur sempre il LucaCordero nazionale. Che non è nato su Marte. Ma a Bologna. E che non fa il presidente della Lunar-express, ma della Fiat. Dove si ritrova come numero due il giovane trentaduenne, Jonh Elkann. Il cui unico merito - tra quelli noti ai più - è di essere figlio di mamma Margherita Agnelli. Che era figlia di papà Gianni Agnelli. Che da bravo nonno Agnelli fece entrare il nipote Agnelli John nella stanza dei bottoni Fiat, quando era ancora un ragazzino. Presentandolo - come ricorda La Repubblica - con poche e semplici parole: “Oggi - disse allora nonno Agnelli - entra a far parte del Consiglio della Fiat mio nipote, primogenito di mia figlia Margherita. Sta per compiere 22 anni, la stessa età che avevo io quando entrai in Consiglio nel 1943. John Elkann è giovane, ma ha già dimostrato di possedere notevoli capacità e doti morali. Ritengo che l’ingresso di John sia il modo più significativo per far sentire, anche simbolicamente, la continuità della vicinanza della famiglia nei confronti della Fiat e del management”. Come a dire: gli affari sono affari. Ma questi sono affari nostri.
E Montezemolo? E Montezemolo - lavorando nell’azienda simbolo del capitalismo familiare (quello in cui le decisioni si prendono tra il tinello e la cucina) - ha imparato la lezione. Fondando nel 2002 un fondo di investimento che si chiama Charme. Che controlla marchi come Frau (sì, le celebri poltrone in pelle) e Ballantyne (cachemire). E che ha come amministratore delegato un volto davvero nuovo della Finanza del Belpaese (anche perché ha solo 28 anni). Dirà qualcuno di voi: miracolo! E chi è? Forse un compagno al corso di recupero sui congiuntivi frequentato anche dal presidente di Confindustria? No. Suo figlio, Matteo. Ma come il presidente di Confindustria hanno fatto tanti altri (grandi e piccoli) imprenditori. Come Luciano Benetton (che ha messo il figlio Alessandro in tutti i posti che contano della sua azienda di maglioni). O Roberto Colaninno. Che da numero uno (cioè presidente) della Piaggio ha scelto come numero due (cioè vicepresidente) il suo Matteo. Ovvero suo figlio Matteo Colaninno (da non confondere con il Matteo di Montezemolo). Che a sua volta - ora ha scelto di dedicarsi alla politica - entrando ovviamente dalla porta principale. Quella di capolista - sempre del Pd di Veltroni Walter fu Vittorio - alle prossime elezioni, nella circoscrizione Lombardia 1. E spiegando - come potete leggere sulle pagine del Resto del Carlino - che la sua scelta di candidarsi l’aveva presa non con “la testa”, ma con “il cuore”. Insomma: tutti “figli di”. Tutti insieme. E per giunta appassionatamente.
E il solito Montezemolo? E il solito Montezemolo in questo caso non ha avuto nulla da ridire. Anzi, all’agenzia Ansa ha dichiarato che “‘quando ci sono imprenditori che portano in Parlamento la cultura d’impresa credo che sia un fatto positivo e utile”. Sbagliando in questo caso non solo l’intera costruzione della frase. Ma pure le parole. Perché la Casta non è solo quella dei politici. E se i seggi non si possono ereditare, anche “la cultura d’impresa” (e relativa poltrona) non dovrebbe passare di padre in figlio come un orologio a pendolo. Ma di questo il presidente il presidente di Confindustria ha preferito non parlare. Perchè appunto, nel Belpaese, pure “i figli di” - come le colpe - sono sempre quelli degli altri.
































September 14th, 2008 at 10:05 am
Non posso credere che di 51 persone che hanno visto questa immagine e letto quanto da voi scritto ,nessuno abbia avuto il coraggio di scrivere un commento!!!!!!!!
Mi sento onorata di essere la prima!!!
Certo che per essere BAMBOCCIONI, non siete niente male !!!!!!
Continuate così, qualcuno che ci scuota dal torpore dell’abitudine di quanto succede ci vuole . Grazie a voi perchè lo fate !!!!!