Money is the answer

“Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?”. Se lo chiedeva - all’indomani dell’ultima strage di soldati italiani - anche il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro (che pure, quando stava al governo, aveva votato per continuare la “missione di pace”, senza fiatare). Un interrogativo che in questi giorni, in queste settimane, si devono essere posto molti italiani. Anche perchè a otto anni dallo scoppio del conflitto - conflitto che per alcuni è guerra al terrorismo; per altri una pura e semplice invasione - i più manco si ricordano cosa ci siamo andati a fare a Kabul. Sempre che lo abbiano mai saputo.

Bene. Le risposte a questa benedetta domanda - “Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?” - sono state tante. Politici, giornalisti e opinionisti di arte varia ci si sono dedicati per giorni tra prime pagine di giornali e prime serate tivù. Dicendo tutto e il contrario di tutto. Ma oggi Curzio Maltese - giornalista e firma di punta di “Repubblica” - è riuscito a dire qualcosa di più e di diverso. Spiegando che pace e democrazia e terrorismo c’entravano e c’entrano fino a un certo punto. E che molto, invece, c’entrano le armi. Armi che le aziende tricolori vendono copiosamente. Tanto ai nostri soldati. Quanto - e per quanto faccia male, è bene farlo sapere in giro - a ribelli, insorgenti o resistenti (comunque, insomma, li si voglia chiamare).

Maltese parte da un numero che pochi conoscono. E scrive:

Una settimana prima della strage di Kabul, lo studio ricerche del congresso Usa aveva stilato il rapporto annuale sul commercio d’armi, con una buona notizia per l’industria militare italiana, tornata la seconda esportatrice del mondo. Primi, naturalmente, gli Stati Uniti, con 37,8 miliardi di dollari; staccata l’Italia con 3,7 miliardi, ma pur sempre davanti alla Russia e al resto del mondo.

Ecco, allora, osserva il giornalista di “Repubblica” che:

Le missioni militari nel mondo spesso si rivelano un doppio affare. Aumentano le commesse militari nei Paesi occidentali, ma soprattutto fanno espandere la domanda nei Paesi mediorientali, africani e in genere del Terzo mondo, dove si dirige il settanta per cento del mercato.

Qualche esempio. Maltese ne cita due. Con tanto di nomi, o meglio è il caso di dire di cognomi. Primo:

Prendete il simbolo stesso dell’arma italiana, la pistola Beretta. In Iraq la usano tanto i soldati americani e italiani, quanto i terroristi di Al Qaeda. Quattro anni fa l’esercito americano ne trovò scatoloni interi in un arsenale di terroristi. (…) In teoria non si potrebbero vendere armi non solo ai terroristi, com’è ovvio, ma anche a molti Paesi belligeranti e non, sparsi per il mondo. Ma i sistemi per aggirare l’embargo sono moltissimi, noti eppure non controllati, come la vendita a pezzi da assemblare (…)

E secondo (esempio):

Le nostre mine antiuomo (…) sono state trovate in una ventina di nazioni. A cominciare dall’Afghanistan, la nazione più minata della Terra. I Talibani usano materiali di mine russe e italiane per comporre gli esplosivi degli attentati kamikaze.

Attentati come quello che ha ucciso i nostri soldati? Sì, esatto. Ma di tutto questo - all’indomani della strage di Kabul - quasi non si è parlato. E non lo si è fatto, secondo il giornalista di “Repubblica”, per una ragione molto semplice: “(…) quando si parla di ritiro delle truppe in Iraq e Afghanistan, si parla di perdite di miliardi di commesse militari per l’industria bellica. Lo sa Berlusconi, amico personale di Guido Beretta. Lo sa Barack Obama, molto prudente sulla questione. Gli ultimi presidenti, candidati alla presidenza e primi ministri che hanno annunciato ritiri dal fronte e tagli alle spese militari, sono morti giovani“.

Tutto vero? Tutto faso? Difficile dire. Quel che è certo è che il “j’accuse” di Maltese è finito non in qualche angolino in fondo al giornale. Ma direttamente in uno spazio grosso come una cartolina dell’inserto di oggi (”il Venerdì” di Repubblica). E chissà: se fossero esiste - chessò - delle pagine locali distribuite solo su Marte, magari queste poche righe sulle ragioni di Guerra&Pace sarebbero state confinate lì. In compenso - domenica scorsa - sempre Repubblica, ma in prima pagina, ospitava un fondo firmato dal suo fondatore, Eugenio Scalfari. Titolo eloquente: “Come e perché restare a Kabul”. E giudizi tranchant sui politici italiani più propensi al ritiro: “Bossi vuole che i soldati italiani tornino a casa. Anche Di Pietro ha inalberato lo slogan del ritiro. L’anima populista dell’opposizione. Senza capire che questi slogan puramente velleitari non fanno che aumentare i rischi per i nostri militari: se la presenza italiana in Afghanistan diventasse incerta, gli assalti dei terroristi si concentrerebbero contro il nostro contingente per affrettarne la partenza”.

Forse: che parlare di ritiro è pericoloso, lo sanno bene anche a “Repubblica”.

P.S. L’articolo di Curzio Maltese - “Non esportiamo democrazia. Ma armi sì”, Venerdì di Repubblica, 25 settembre 2009 - non è ancora disponibile on line. Dovrebbe esserlo - come tutti gli articoli di “Repubblica” - a qualche giorno dalla pubblicazione. E allora, lo metteremo on line.

11 Responses to “Money is the answer”

  1. barbara Says:

    fosse “solo” un problema di armi…eh repubblica ma dilla tutta..sò che è facile far finta di far scoop..
    Quindi la nato e gli interessi dei “civilizzatori del mondo” non c’entrano proprio niente?
    Gli oleodotti nemmeno?
    Su dai fai anche le 10 domande sulle missioni imperiali…oops di pace e amore e fratellanza va..

  2. Gigi Says:

    Gran brutta storia, veramente.
    Forse l` unico lato positivo e` che l` economia afgana pare stia viaggiando alla grande.
    http://www.indexmundi.com/afghanistan/gdp_real_growth_rate.html
    Forse anche grazie al presidente fantoccio degli americani?
    http://www.atimes.com/c-asia/DA29Ag02.html
    “And one further thing both men[Karzai being one of the two] have in common is that in 1996/97 they advised American oil company Unocal on the US$2 billion project of a Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan pipeline. In 2000, Khalilzad invited Karzai to address a RAND seminar on Afghanistan; the same year, Karzai also testified before the US Senate Foreign Relations Committee and met periodically with Christina Rocca, then a Senate aide (to Kansas Republican Sen Sam Brownback), now the assistant secretary of state for South Asian affairs. “To us, he is still Hamid, a man we’ve dealt with for some time,” said a state department official.

    Such close connections to the US foreign policy, security and intelligence community lay Karzai open to the charge of being an American puppet - a dangerous charge in Afghanistan where leaders overly beholden to foreign regimes have not fared well, as the fate of Soviet-imposed ones attests.”

    Gigi

  3. admin Says:

    @Barbara,

    “Su dai fai anche le 10 domande sulle missioni imperiali…oops di pace e amore e fratellanza va..”

    In effetti ce ne sarebbero di domande da fare….

  4. Valentina Says:

    La democrazia non esiste.. anche la più grande democrazia del mondo è sostenuta da lobby.. ma ci sono lobby che stanno esagerando e altre lobby che cercano di pareggiare i conti.

  5. bamboccioni alla riscossa » Blog Archive » Money is the answer « Ho visto cose che voi umani… Says:

    [...] Settembre 2009 · Lascia un Commento bamboccioni alla riscossa » Blog Archive » Money is the answer. “Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?”. Se lo chiedeva - all’indomani dell’ultima [...]

  6. Fabio Says:

    I dati di questo articolo sono assolutamente imprecisi in quanto nel rapporto del congresso USA, citato come fonte, l’Italia è il 7o esportatore mondiale e non il secondo.
    http://www.globalissues.org/article/74/the-arms-trade-is-big-business#GlobalArmsSalesBySupplierNations

  7. admin Says:

    @Fabio,

    Maltese si riferisce a dati pubblicati una settimana prima della strage di Kabul, cioè a settembre 2009. La fonte che citi tu ha come ultimo update il novembre 2008. Sicuro di parlare degli stessi numeri o comunque di numeri omogenei?

  8. Fabio Says:

    I rapporti del congresso USA sono annuali e ovviamente si rifanno ai dati dell’anno precedente, nel link che vi ho postato questi arrivano fino al 2007, mentre quelli del 2008 usciranno con il rapporto di quest’anno, che sarà pubblicato tra poco e quelli del 2009 l’anno prossimo.
    Del resto la fonte originali dei dati riporati da Maltese è l’articolo del NY Times qui linkato.
    http://www.nytimes.com/2009/09/07/world/07weapons.html
    Come puoi vedere l’articolo del NY Times parla chiaramente del 2008 come anno di riferimento dei dati. Ma nei dati del NYTimes ci sono delle evidenti incongruenze perchè come possiamo vedere qui http://www.defpro.com/daily/details/232/
    La Francia da sola nel 2008 ha venduto armi per 8,1 miliardi di dollari, cifra ben superiore ai 3,7 italiani.
    Se poi la Francia non bastasse, c’è anche la Russia: http://english.pravda.ru/russia/economics/22-10-2008/106603-arms_export-0
    Qui la pravda afferma che nel 2007 la Russia ha venduto armi per 7,1 miliardi di dollari e che nel terzo trimestre del 2008 le vendite di armi sono cresciute del 23%, come è possibile quindi che il Times scriva nel 2008 (anno di riferimento del rapporto da loro e voi citato) siano precipitate a 3,5 miliardi?
    Significherebbe che l’industria russa ha perso qualcosa come l’80% dei suoi clienti, mi pare quanto meno eccessivo. Del resto gli stessi Russi, come possiamo vedere qui http://russiatoday.com/Top_News/2008-07-16/Russian_weapon_exports_to_reach_8_billion_record_.html
    Si aspettavano vendite di armi per non meno di 8 miliardi di dollari nel 2008.
    Evidentemente il Times s’è sbagliato, ma l’errore ha fatto il giro del web ed è diventato verità.

  9. admin Says:

    Caro Fabio,

    le tue osservazioni sono tutte sensate. Ma c’è un ma.

    L’articolo cui si è ispirato Maltese, molto probabilmente, è davvero quello del New York Times che tu citi (aperta parentesi: complimenti per averlo scovato: chiusa parentesi).

    E qui - però - casca l’asino. Il giornalista del New York Times, infatti, specifica di aver preso i suoi dati dal Congressional Research Service, cioè qui:

    http://www.fpc.state.gov/c18185.htm

    E la fonte - cioè il rapporto in questione - è questo:

    http://fpc.state.gov/documents/organization/129342.pdf

    Rapporto che a pagina 3 - parlando di contratti per esportazioni di armi siglati nel 2008 - chiaramente afferma che:

    “The value of all arms transfer agreements worldwide (to both developed and developing nations) in 2008 was $55.2 billion. This was a decrease in arms agreements values over 2007 of 7.6%, and
    the lowest worldwide arms agreements total since 2005 (Figure 1) (Table 31). In 2008, the United States overwhelmingly led in arms transfer agreements worldwide, making agreements valued at $37.8 billion (68.4% of all such agreements), up dramatically from $25.4 billion in 2007. Italy ranked a very distant second with $3.7 billion in agreements (6.7% of these agreements globally), up significantly from $1.2 billion in 2007. Russia ranked third, its arms transfer agreements worldwide were $3.5 billion in 2008, down substantially from $10.8 billion in 2007. The United States, Italy and Russia collectively made agreements in 2008 valued at $45 billion, 81.5% of all international arms transfer agreements made by all suppliers (Figure 1).(Table 31, Table 32, and Table 34)”.

    Parole che il New York Times riporta paro paro. E correttamente. E così fa Maltese.

    Come per altro ti avevo scritto, però, tutto dipende dai numeri che si guardano. Se infatti si considerano non i contratti per le esportazioni, ma le consegne (su contratti già siglati, evidentemente), ecco come cambia la classifica:

    In 2008, the United States ranked first in the value of all arms deliveries worldwide, making $12.2 billion in such deliveries or 38.4%. This is the eighth year in a row that the United States
    has led in global arms deliveries. Russia ranked second in worldwide arms deliveries in 2008, making $5.4 billion in such deliveries. Germany ranked third in 2008, making $2.9 billion in such deliveries. These top three suppliers of arms in 2008 collectively delivered $20.5 billion, 64.5% Conventional Arms Transfers to Developing Nations, 2001-2008 of all arms delivered worldwide by all suppliers in that year (Table 2) (Table 36,Table 37, and Table 39).

    Infine il rapporto che citi tu e dove l’Italia è settima…

    http://www.globalissues.org/article/74/the-arms-trade-is-big-business#GlobalArmsSalesBySupplierNations

    … invece è basato sui dati sulle vendite dal 2000 al 2007.

    Tutto questo per dire - come ho ripetuto tante volte - che i numeri non vanno presi come il vangelo. E che delle classifiche - come hai fatto tu - bisogna fidarsi fino a un certo punto. Ma mi sa che in questo caso Maltese non ha sbagliato a copiare. E neppure il New York Times. Epperò: tutte e due - per dire è primo tizio e secondo Caio - guardano certe cifre al posto di altre. Mentre la realtà al solito è più complessa.

    Detto ciò: che l’Italia sia seconda o settima, questo cambia qualcosa per il ragionamento del giornalista di Repubblica (e per l’importanza che ha il mercato delle armi sulla politica estera dell’Occidente)? Temo di no.

    P.S. Ho dato giusto un’occhiata al rapporto. Se trovi altre cose interessanti, sappimi dire.

  10. Fabio Says:

    Caro amministratore,
    Lo scopo dell’articolo di Maltese era ovviamente quello di definire l’Italia come il secondo esportatore mondiale di armi, cosa che non è vera, come tu stesso hai potuto osservare. Perchè il nostro paese è quello che nel 2008 ha firmato il secondo maggior numero di nuovi contratti di vendita, una cosa ben diversa dall’essere il secondo esportatore mondiale, che infatti è la Russia, come facilmente dimostrabile e confermato dal rapporto che ora hai linkato.
    Detto questo e sebbene sia vero che quanto detto non cambia il ragionamento di Maltese, occorre anche pensare a quello che la gente legge quando scriviamo qualcosa.
    Berlusconi è solito dire che il suo governo “ha fatto questo o ha fatto quel”lo, snocciolando presunte cifre riguardo i suoi successi, che in realtà o sono false, o sono distorte a suo uso e consumo.
    Maltese qui ha fatto lo stesso, ha preso un dato e ha cercato di farlo passare per una cosa che non era vera, perchè come abbiamo osservato la verità è un’altra.
    Infatti Maltese scrive “con una buona notizia per l’industria militare italiana, tornata la seconda esportatrice del mondo” [cito da quanto avete postato sopra] e questo è un falso, perchè l’Italia non è stato il secondo esportatore mondiale di armi nel 2008, ma il paese che ha siglato accordi per il secondo valore in denaro e si tratta di due cose molto diverse.
    E a questo punto io mi chiedo: è possibile fare buona informazione distorcendo i fatti a proprio piacimento?
    A mio modesto avviso no e questo vale per Maltese come per Feltri (non che siano sullo stesso piano giornalisticamente parlando). Quindi che validità ha il ragionamento del giornalista in questione, se nello scrivere ha distorto i fatti?
    E’ questo il modo giusto di fare giornalismo?

  11. admin Says:

    @Fabio,

    “E’ questo il modo giusto di fare giornalismo?”

    No. Ed è per questo che noi siamo qui: per cercare di fare qualcosa di diverso. A volte ci riusciamo. A volte meno.

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