Pianto greco
“Finiremo come la Grecia?”. Se lo è chiesto - dalle pagine del suo quotidiano - perfino il direttore de “Il Sole 24 ore”, Gianni Riotta. Un dubbio poco amletico - cioè poco nobile ed esistenziale. Ma che - tant’è - c’è, e ha preso piede perfino sulla stampa che conta.
E la cosa dovrebbe dare - e molto; ma molto molto - da pensare.
Dovrebbe dare da pensare, si diceva. Perché non una vita fa, ma nel 2007, sempre le balde penne della stampa che conta si chiedevano esattamente il contrario. Ovvero: che manca all’Italia per essere come la Grecia? Atene, infatti, viaggiava con il vento in poppa. Il suo Prodotto interno lordo cresceva con la vigoria dei fiori a primavera (più 4% all’anno, secondo il World Factbook, per 4 anni filati: dal 2003 al 2007). E con il Pil, cresceva pure la ricchezza delle famiglie. Tanto per non farsi mancare niente: nel 2007 i greci, per ricchezza pro capite, stavano per superare pure il Belpaese. Risultato: sulla stampa tricolore era tutto un elogio. Anzi, tutto un peana.
Per dire: Federico Fubini, giornalista del “Corriere della Sera” - nell’anno di grazia 2007; in un articolo intitolato giustamente “L’energia della Grecia” - dopo aver elencato numeri e dati del miracolo greco, concludeva con toni vagamente epici: “La Grecia esce da vincente a sorpresa dall’integrazione europea e dalla globalizzazione”; l’Italia, no.
Ullalah.
Addirittura? Addirittura. Peccato solo che i fatti ci abbiano poi raccontato tutta un’altra storia.
Perchè ora Atene - quella che era uscita “vincente dall’integrazione europea e dalla globalizzazione” - viaggia sull’orlo del default. Perché l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale hanno dovuto mettere sul piatto qualche decina di miliardi di euro per cercare di salvarla, e solo per cominciare. Perchè anche il governo greco ha dovuto fare la sua parte sforbiciando qua e là la spesa pubblica e aumentando pure le tasse. E perché - infine - secondo qualcuno, potrebbe anche non bastare.
Il “Financial Times” è stato categorico: non quest’anno - ha scritto uno dei più conosciuti editorialisti del quotidiano britannico - ma la Grecia con tutta probabilità è destinata al fallimento. Con buona pace dei peana e degli elogi che fioccavano ai tempi belli.
Ebbene.
Domanda: com’è possibile che la Grecia - in meno di 3 anni - sia passata da tigre del Mediterraneo a incarnazione di tutte le italiche paure? Cos’è cambiato in così poco tempo?
Risposta: assolutamente, niente.
Atene non è mai stata un modello da imitare. E’ sempre stata un modello da evitare.
Sempre nel 2007 - quando il Corriere descriveva la Grecia come il Pease delle meraviglie - proprio il “Financial Times” dava ben altre notizie e con toni meno allegri: Atene aveva un deficit delle partite correnti pari al 14% del suo Prodotto interno lordo. Tradotto in parole povere: importava un sacco e esportava poco. Anzi, troppo poco. Tanto che - questo scriveva, appunto, il Financial Times - la Banca centrale europea aveva invitato, con una certa urgenza, i greci a metterci una pezza. Il deficit delle partite correnti, infatti, non solo era alto; rischiava proprio, parola della Banca centrale europea, di diventare “insostenibile”.
Le preoccupazioni della Banca centrale europea, in effetti, erano più che fondate. La situazione aveva preso a precipitare a partire dall’ingresso nell’euro. Dal 2002 al 2008 - dati Eurosat alla mano- il deficit tra import ed export con la Germania era passato da 2,887 miliardi di euro a 5,337 miliardi euro. Cioè: quasi raddoppiato. Ma i rapporti commerciali andavano male - o bene, dipende dai punti di vista - con quasi tutti gli altri Paesi europei e pure extraeuropei. Anche il saldo negativo con l’Italia - cui secondo il Corriere mancava “l’energia greca” - si era decisamente allargato: da 2,8 miliardi di euro (2002) a 4,9 miliardi di euro (2008). E - addirittura - il deficit commerciale con la Cina si era moltiplicato per 6.
Per farla breve e per citare sempre i dati che avevano allarmato la Bce: il deficit delle partite correnti - negli ultimi dieci anni - si era complessivamente moltiplicato per due. Cioè - e graficamente - le cose erano andate così:


Per carità. Dinamiche simili - dopo l’introduzione dell’euro - si erano viste anche in Spagna:

E in Portogallo:

Ma mal comune, quando si tratta di quattrini, non fa mezzo gaudio. E il problema, appunto, era sfortunatamente comune a tutti quei Paesi che gli inglesi - spesso e volentieri anche dalle pagine del Financial Times - chiamano, con altezzosità tutta britannica, “Club Med”. Dove si produceva poco e si importava molto. Ma - guardacaso - con una eccezione: l’Italia.


Ah, a proposito. Italia eslclusa, ma inglesi invece inclusi. Il deficit commerciale della Gran Bretagna - sempre dati Eurostat alla mano - infatti negli anni Duemila ha seguito una traiettoria alla Greca. Anche se ora a Londra e dintorni, si è capito che qualcosa non è tornato. E si sta cercando di cambiare rotta.

Ma torniamo ad Atene. Dirà qualcuno di voi: sì vabbè, la Grecia ha importato molto e non ha esportato un tubo, e quindi? E quindi - e molto all’ingrosso - si può dire che ’sta differenza - quella tra import ed export - va pagata. Si deve, cioè, trovare la ricchezza per regolare i propri conti con gli altri Paesi. Diversamente - e come ovvio - qualunque Stato potrebbe mettersi a panza all’aria, aspettando che siano gli altri a produrre beni e servizi.
Ecco: dove ha trovato i soldi la Grecia (ma anche il Portogallo, la Spagna e eccetera)? In teoria, magari è difficile rispondere. Ma in pratica - visto che i danari si sono effettivamente trovati e spesi - una risposta ci deve essere. E secondo Alessandro Penati, professore di Finanza aziendale alla Cattolica di Milano, la spiegazione sarebbe anche molto semplice.
Penati, infatti - in un editoriale per “Repubblica” - ha scritto nero su bianco che le cose sono andate più o meno così:
La Germania ha voluto la moneta unica per sostenere l’ espansione della propria industria in un mercato vastissimo, sottraendo ai paesi confinanti l’arma della svalutazione competitiva. Per i paesi a minor competitività, il finanziamento dei disavanzi della bilancia dei pagamenti non sarebbe più stato un problema: avrebbero pagato l’ export tedesco vendendo ai tedeschi il proprio debito. E per evitare abusi, la Germania ha voluto il tetto del 3% ai deficit pubblici. Così, dall’ avvio dell’ euro, i tedeschi hanno accumulato complessivamente un avanzo delle partite correnti da 1.200 miliardi di dollari; dal 2006, il 6,5% del Pil in media ogni anno. Non è la Cina (8,5% di avanzo medio e 2.500 miliardi) ma poco manca. I disavanzi crescenti degli altri paesi di Eurolandia ne sono l’ immagine speculare. Come gli Usa per la Cina. (…). E una buona fetta del debito pubblico di questi Paesi è nelle tasche dei tedeschi.
Insomma, secondo Penati: la Germania (e non solo la Germania) ha prestato alla Grecia (e non solo alla Grecia) i soldi per comprare tante macchine Volkswagen e mangiare tanti wurstell rigorosamente made in Germany.
Vero? Beh, si tratta di una sintesi un po’ tagliata con il coltello. Ma sta di fatto che - punto primo - secondo il Wall Street Journal, le banche di Francia e Germania - le due principali economie dell’area euro - sono esposte con la Grecia per 119 miliardi di dollari (vale a dire: quasi un terzo del valore dell’intero Pil greco, che - nel 2009, secondo il World Factbook - era di 341 miliardi di dollari). E sta di fatto che - punto secondo - in base agli ultimi dati rielaborati e pubblicati da “Repubblica”, ben oltre l’80% del debito pubblico greco è in mani straniere.
Parafrasando un vecchio adagio: prima un’orgia di acquisti e poi la beffa del crac.
Qualcuno si è preso anche la briga di soffiare sul fuoco del risentimento greco. E’ stato il solito “Financial Times”, bibbia della Alta finanza anglosassone. Che da settimane non fa che scrivere che il vero problema dell’Unione è una Germania che esporta troppo e consuma troppo poco. Del resto: lo scorno britannico è comprensibile: il disavanzo commerciale - tra Germania e Gran Bretagna - è passato dai 9,1 miliardi di euro del 2002 a 20,2 miliardi del 2008. Il doppio. Come in Grecia.
Ma il gioco - va detto - è stato bello, finchè è durato. Atene per anni ha preso, di fatto, a prestito un mucchio di soldi che non aveva. E ha fatto girare la sua economia a mille. Poi l’imprevisto: come ha scritto sempre Penati e sempre su “Repubblica”: “La Germania non aveva previsto uno shock che colpisse le finanze di tutti i paesi e mettesse in crisi il suo modello”. Però quello shock - la peggiore crisi economica dal 1929 ad oggi - è arrivato. E il party greco è finito. Come è finito - anche se in modi e dimensioni diverse - quello spagnolo. Quello portoghese. E pure quello britannico. E l’intera Europa, ora, deve trovare la pezza.
E l’Italia?
L’Italia - anche senza la decantata “energia greca” - ha, sì, patito moltissimo nei confronti dei Paesi extra Ue (in particolare il deficit commerciale con la Cina è balzato dai 4,2 miliardi di euro del 2002 agli oltre 17 miliardi di euro del 2008). Ma ha saputo tenere botta in Europa. E ha contenuto il deficit delle partite correnti, secondo i calcoli della Banca d’Italia, tra i 40 e i 50 miliardi di euro. Vale a dire: attorno al 3% del Pil. Per capirci: molto meglio di Grecia, Spagna e Portogallo che viaggiavano e viaggiano sulla doppia cifra.
Numeri che significano che sì, il Belpaese, negli ultimi anni ha perso competitività sui mercati internazionali (il famoso “declino” di cui parla da anni e una nutrita pattuglia di economisti). Ma senza drammi da tragedia greca.
E - difatti - il suo debito pubblico è saldamente in mani italiane. Anzi: in base gli ultimissimi calcoli di “Repubblica” (su dati di Banca d’Italia), circa il 55,7% dei titoli di Stato tricolore sta proprio in Italia. Anzi sempre secondo i calcoli di “Repubblica” - visto che altri 500 miliardi di titoli “esteri” è sempre e comunque detenuto da banche , istituti finanziarie o cittadini tricolori - si può dire che solo il 20% dei nostri debiti sono effettivamente accasati all’estero. Esattamente il contrario della Grecia.
Insomma: si potrebbe dire che non si capisce a che serva ’sto benedetto paragone con Atene.
Ma in realtà non è così. Il paragone - forse - è servito a Confindustria. Che possiede “Il Sole 24 ore”. E che per bocca della sua presidente, Emma Marcegaglia ha chiesto al governo di mettere mano al portafoglio e cacciare miliardi su miliardi per “le infrastrutture” e quant’altro. Pena, appunto, il dramma. O - come Riotta dixit - per non fare la fine della Grecia. Così come agitare lo spettro della Grecia forse è servito - negli ultimi mesi - a certi “Tartufi” della cosiddetta Sinistra italiana. Che - da sempre - accusano Berlusconi di tutti i mali del mondo, eventuale default compreso. Come se il nostro ragguardevole debito pubblico - che a fine anno dovrebbe arrivare al 117% del Pil - non fosse il frutto di almeno trent’anni di gestione allegra e sciagurata delle nostre Finanze. Con la complicità di tutti. Cittadini - dai baby pensionati agli evasori fiscali - assolutamente compresi.
Sicuramente, però, menare il can per l’aia di una crisi alla greca non serve all’Italia. Che di problemi ne ha già un sacco e una sporta di suoi. In primis: il rischio concreto - causa la concorrenza delle vere economie emergenti, Cina in testa - di diventare un Paese sempre più povero e sempre più marginale. E prima o poi, sarebbe anche bene parlarne, invece di fare il solito pianto greco. E di chiagnere, sì. Ma per fottere.
































April 16th, 2010 at 7:20 pm
Cari bamboccioni, un sentito grazie da parte di chi, non sapendo una beata mazza di economia e finanza, riesce a farsi un’idea di certe vicende solo seguendo questo blog. Cacchio, mi fate quasi sembrare uno esperto nelle chiacchiere con i colleghi!
Mandi
April 17th, 2010 at 12:51 pm
@Admin
“visto che altri 500 miliardi di titoli “esteri” è sempre e comunque detenuto da banche , istituti finanziarie o cittadini tricolori”
Continuo a non capire questo come possa compensare il fatto che comunque il 50% del nostro debito e` comunque in mano a investitori esteri.
Cosa facciamo se questi ultimi ci chiedono indietro i soldi?
Obblighiamo gli investitori italiani a vendere i titoli esteri e a comprare titoli italiani?
Gigi
April 17th, 2010 at 1:22 pm
@Gigi,
“Continuo a non capire (…)”.
L’affermazione di “Repubblica” - invece - mi pare chiarissima. Se un certo numero di Bot italiani sta alle Cayman, ma in una società che fa capo a Banca Intesa, è chiaro che quei titoli sono comunque in mani italiane. Io, per lo meno, l’ho capita così.
“(…) il 50% del nostro debito e` comunque in mano a investitori esteri”.
Tanto per cominciare non sarebbe il 50%, ma il 44,3% (in base a dati Banca di Italia, rielaborati da Repubblica). Cioè meno della metà.
Repubblica, però, dice: una parte dei titoli “esteri” sta comunque in mani italiane. Ergo la quota del debito tricolore in mano a stranieri sarebbe solo al 20%.
“Cosa facciamo se questi ultimi ci chiedono indietro i soldi?”
Il mercato del debito non è quello delle vacche. Nessuno chiede indietro niente a nessuno. I titoli scadono. E il debito - di volta in volta - si rifinanzia. Cioè: si stampano altri titoli e si vendono.
E’ appunto il problema della Grecia. Che fatica - diciamo così - a trovare acquirenti per il suo debito. Un problema che per ora - e non a caso - non ha toccato il Belpaese.
Detto ciò. Fossi in te Gigi, non mi concentrerei su questo punto. Ma sul fatto che le radici della crisi greca, non sono quelle della crisi italiana. Il che è il nodo centrale del post. E - a mio modestissimo avviso - è anche il nodo centrale della questione Italia.
Mi spiego meglio: per azzeccare la cura, bisognerebbe in primo luogo azzeccare la diagnosi. Non mi sembra che sia quello che sta avvenendo.
Si fanno paragoni strampalati - siamo come l’Argentina!; No, no, come la Grecia! Si fa sensazione. Si fa un po’ di rumore. Si fa audience. Insomma: si fa la solita commedia. E qui continua a non cambiare una mazza.
Così, non va.
April 17th, 2010 at 1:37 pm
@Admin
va bene, ho sbagliato le cifre, e la percentuale di debito pubblico italiano in mano estere e` di circa il 44%.
Ma questo vuol dire che e` tanto o e` poco?
In Giappone, pare sia il 6% solo la parte del debito pubblico in mano straniere.
Problema o non problema?
Non lo so.
Quello che mi premeva capire e` il ragionamento fatto da Repubblica, secondo il quale il fatto che le nostre banche siano attualmente in possesso di una quantita` di debito pubblico di altri stati renderebbe meno grave il fatto che, comunque, la percentuale di debito pubblico italiano in mano estere e` di circa il 44%.
Mi sfugge il nesso tra le due cose.
Un paese va in default quando il governo non riesce piu` a pagare gli interessi sul debito oppure quando stampa titoli e nessuno li compra.
Se questo dovesse succedere in Italia, speriamo che non succeda, che vantaggio potrebbe avere il governo dal fatto che comunque ci sono banche italiane che possiedono titoli di altri paesi?
Non vorrei sbagliarmi, ma mi sfugge da dove salta fuori l` “ergo” della tua frase:
“Repubblica, però, dice: una parte dei titoli “esteri” sta comunque in mani italiane. Ergo la quota del debito tricolore in mano a stranieri sarebbe solo al 20%. ”
Forse sono io che non capisco
April 17th, 2010 at 1:49 pm
Gigi,
“Mi sfugge il nesso tra le due cose”.
Mmmmmmmh.
Repubblica - evidentemente - non è chiara. E non riesco ad esserlo nemmeno io. Provo a ri-spiegare.
Un 20-25% dei titoli di Stato italiani sarebbe “FISICAMENTE” all’estero, ma di proprietà italiana. Più chiaro così?
Per usare uno schema:
- 55,7% si troverebbe in Italia e sarebbe di proprietà di persone, enti, istituzioni, banche italiane.
- circa 25% si troverebbe all’estero, ma sarebbe comunque di proprietà di persone, enti, istituzioni, banche italiane.
- circa il 20% si troverebbe all’estero e sarebbe di proprietà di stranieri
Totale: 80% (circa) di proprietà italiana; 20% circa di proprietà straniera.
P.S. Attenzione, Gigi. Io uso il condizionale perché non ho ancora letto il bollettino di Banca d’Italia da cui vengono i dati. Al solito: fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.
P.P.S. Torno a dirti, però: non fissarti su un punto. E guarda il “quadro” che - credo - aiuti a capire perché i mercati non si sono (ancora) accaniti su di noi.
April 17th, 2010 at 2:05 pm
@Admin
dopo averci pensato un po`, ci sono arrivato anche io.
Effettivamente, lo stato puo` rientrare un po` se tassa le banche che fanno profitti sui titoli esteri, se ho ben capito.
Grazie per la spiegazione.
Guardando il quadro completo, rimane da capire se rimanere scoperti per il 20% netti e` tanto o e` poco.
Probabilmente non cosi` tanto se, come dici tu, i mercati non si sono accaniti ancora con noi.
Gigi
April 17th, 2010 at 2:17 pm
@Gigi,
La Grecia ha l’80% del debito in mano a stranieri. L’Italia solo il 20% (o, appunto, il 44 e rotto, dipende da come guardiamo le cose e se ci vogliamo o meno fidare di Repubblica).
Il punto non è il dato in sè. Ma il termine di paragone. Mi ari-spiego meglio: vogliamo dire che l’Italia è un Paese - dal punto di vista delle finanze pubbliche - virtuoso? Con tutta la buona volontà, io non ci riesco. Ma - questo volevo dire - stiamo messi molto meglio della Grecia (e non solo della Grecia). Tutto lì.
Ma ti ripeto: guarda il “quadro”… Cinque anni fa dovevamo essere come la Grecia (o l’Irlanda o la Spagna). Mo’ dobiamo aver paura di fare la fine della Grecia, dell’Irlanda, della Spagna. C’è molta confusione sotto questi cieli. E un vago - ma neanche poi troppo - odore di presa per i fondelli.
P.S. Totalmente OT: cosa ne dici di questo…
http://bamboccioni.2forum.biz
???
April 17th, 2010 at 4:52 pm
La domanda da porsi, a mio avviso, e’ un’altra.
Premesso che il debito pubblico continua ad aumentare, il PIL a diminuire (o a crescere meno del debito), il potere di acquisto di una bella fetta di Italiani e’ in contrazione, la situazione politica italiana e’ desolante, la corruzione elevata, le mafie controllano molte parti del Sud del paese, gran bei settori dell’economia prosperano grazie ad incentivi statali (non solo la FIAT, ma anche l’agricoltura, per esempio, e’ largamente finanziata con soldi pubblici, cioe’ UE), lo sviluppo tecnologico e’ carante,
e poi
la delocalizzazione inizia a diventare sitematica non solo per l’eletronica, il tessile, la meccanica, l’alimentare… ma anche per i cosidetti lavori intelletuali (ricerca svilupo e innovazione), e
con l’entrata di paesi “poveri” nella UE stiamo assitendo a nuove ondate di delocalizzaione spinte dal calo dei consumi interni e dalla avariza, l’economia di molti paesi e’ in affanno (questo e’ male per le nostre esportazioni), l’Oriente cresce (ma per ora cresce a discapito dell’Occidente, e il rischio di una bolla cinese (o meglio di una BRIC bubble) e’ non trascurabile. E per finire, la generale debolezza del comparto finanziario, o meglio le numerose bombe disseminate pronte a scoppiare
Bene premesso questo, Quanto debito il sitema Italiano potra’ ancora sopportare? Quale e’ il punto di non ritorno? Cosa succederebbe in caso dello scoppio di una bombetta finaziaria (tipo default di qualche paese, grossa banca, o di qualche fondo che ha investito tutto in spregiudicate operazioni finaziarie)? Se ben ricordo la maggior parte dell ecrisi degli ultimi 20 anni hanno avuto origine dalla finanza. Perche’ e’ quest’ultima che fa girare l’economia, e non viceversa! Cos asuccederebbe se l@italia dovesse continuare ad avere un PIL negativo anche quest’anno? Per ora il PIL e’ positivo…ma e’ solo un trimestre!
April 17th, 2010 at 5:03 pm
@ Admin
I problemi dell’Italia sono sempre i soliti da anni; probabilmente non cambierà nulla per i politici, che continueranno a fare clientele pagate con denaro pubblico come al solito.
Cambierà per noi poveri sfigati che vedremo smantellato tutto quel poco di stato sociale che ci rimane, perchè “troppo costoso”
Per il resto del sistema faccio proprio il ragionamento di S. Bassi (il grande bluff):
- Lehman ha insegnato che se viene giù un pezzo di sistema si innesca un effetto domino che tradcina giù il resto;
- quindi è necessario coprire i buchi (pubblici e privati) con debito pubblico ed altri escamotages (manine, trucchi contabili [tipo Goldman Sachs], ecc); il sistema deve garantire fiducia (anche se questo è davvero “troppo costoso”)
- a questo punto si azzera il “fattore rischio”
Quindi i soliti “noti” (lascio a voi immaginare chi sono questi) faranno profitti stratosferici, e noi cittadini pagheremo questi salvataggi svendendo i nostri diritti con buona nostra pace.
Questo sino a quando?
Mistero della fede.
April 18th, 2010 at 1:06 am
@Shia and Piersky
Non e` detto che si debba arrivare a un collasso vero e proprio, magari semplicemente la posizione dell ` Italia in campo economico continuera` gradualmente a indebolirsi rispetto a altre nazioni, tutto qui.
Forse
@Piersky
“Per ora il PIL e’ positivo…ma e’ solo un trimestre!”
Facile crescere dell` 1% subito dopo che il PIL e` crollato del 6%
@Admin
“Mo’ dobiamo aver paura di fare la fine della Grecia, dell’Irlanda, della Spagna.”
Premesso che comunque, oggi come oggi, in Irlanda e Spagna la gente continua a mangiare tre volte al giorno (maxi rivolte popolari ancora non ne ho viste).
E anche in Grecia la gente, per ora, non muore di fame.
Comunque credo anche io che siamo messi meglio della Grecia, anche se solo 15 anni fa un paragone del genere sarebbe stato offensivo per l` Italia.
E hai ragione anche tu, Grillo parlava di default, ancora a fine 2009, quindi gente che prende per i fondelli ce n` e`.
@Admin
Il forum a me sembra buono.
Ci si puo` gia` inscrivere?
Posso avere l` onore di essere il primo utente iscritto (il secondo dopo lo Ziu)?
Gigi
April 18th, 2010 at 1:08 am
@Admin
Mi sono registrato! Yuppie!
Gigi
April 18th, 2010 at 11:20 am
@Gigi,
bene. Domani allora lancio il forum con un post.
April 18th, 2010 at 5:12 pm
@ Admin
Nel forum ci sono pure io!
April 18th, 2010 at 5:50 pm
Il vero problema dell’Italia è la natalità.
Si è scambiato per zone sviluppate regioni come l’Emilia Romagna dove la natalità è tra le più basse del Paese.
Certo il benessere individuale appare più elevato, ma a discapito dei figli non fatti.
La vera ricchezza di un Paese si basa sulla sua forza-lavoro ed è questa che ha fatto grande la Germania, affiancata da una ormai antica integrazione con gli immigrati che ne hanno compensato in massa una denatalità inferiore alla nostra.
Parlando con operai di un cantiere in Sud-Africa, gli chiesi, ma voi avete la pensione? come farete a vivere da vecchi? e uno mi disse indicando un collega:”Lui ha 3 figli, io ne ho 2″.
Nella loro semplicità mi hanno aperto gli occhi più di mille esperti, il problema non è finanziario, ma di ricambio generazionale.
I figli della mia generazione sono numericamente insufficienti e la mia carrozzina, quando avro’ 80 anni la dovrà spingere il figlio di un immigrato, magari nato in Italia.
I ricchi, timorosi di spartirsi in troppi le risorse del pianeta, hanno programmato politiche di contenimento se non addirittura di sterminio per la popolazione mondiale. Le guerre locali, i fuggiaschi annegati in adriatico, l’Afganistan e l’Iraq, il Ruanda, e mille altre tragedie vanno in questo senso.
In Paesi come il nostro, le politiche di impoverimento perseguite dalla fine degli anni ‘70 in poi e le “riforme” pensionistiche servono a far morire prima un sacco di gente, non solo per fottergli i soldi, ma proprio solo per far posto ai molti figli che solo ai ricchi è consentito di avere nel nostro pAESE.
Il femminismo radicale prima e l’impoverimento progressivo poi hanno portato un’intera generazione, quella di chi era un ragazzino nel ‘68, a riprodursi in quantità estremamente limitata.
E un altro colpo è venuto dall’individualimo e dal consumismo portati all’eccesso.
Così il piano programmato per lo spopolamento e la de-industrializzazione dell’Italia continua ancora oggi e in modo drammaticamente più evidente a manifestare i suoi nefasti effetti.
Se oggi le fabbriche chiudono e non ce ne sono di nuove che aprono è anche per una mancanza di ricambio generazionale anche tra gli “imprenditori”.
Infatti anche se meno colpita dal calo demografico, questa categoria non può produrre ai vecchi ritmi nuovi Ferruccio Lamborghini o Adriano Olivetti o Enrico Mattei che notoriamente sono uomini eccezionali e non ne nascono tutti i giorni.
Persino la Chiesa manca di personaggi di spessore come un nuovo Papa Giovanni Roncalli o un nuovo Cardinale Carlo Maria Martini.
Per non parlare dei partiti, che non vedranno per molto tempo sorgere un nuovo Aldo Moro o un nuovo Enrico Berlinguer.
E poi, senza soldi non si canta messa, nè si fa politica, ne’ si creano industrie e posti di lavoro, ma soprattutto non si creano figli. Gente come me che tutti hanno sempre indicato come di spessore e intelligenza non comuni, che non avendo i mezzi economici di base non ha potuto realizzare le sue ideee, non può neppure demandarle a un figlio, ebbene allora a che sarà servita la mia esistenza?
Forse solo ad aprire gli occhi ad altri sfruttati, a quei pochi “bamboccioni” che si trovano davanti un compito immenso per le loro numericamente ridotte forze.
Ma ricordiamo sempre che l’unione fa la forza. Se un singolo individuo o un piccolo gruppo è come un dito che una mano nemica può facilmente spezzare, un gruppo di persone,o di associazioni, può chiudere le 5 dita a pugno e colpire con forza tutti i suoi nemici.
Questo pugno si chiamava PCI e qualche “venduto” l’ha fatto aprire.
Un pugno di generosi “RIFONDAZIONE COM UNISTA” ha cercato di richiuderlo e pur senza mezzi di tenerlo insieme.
Altri venduti l’hanno riaperto più volte e i nemici l’hanno attaccato in ogni modo possibile.
Oggi a 20 anni dal suicidio della “Bolognina”, non possiamo più contare neppure sull’eredità mediatica di Berlinguer o sulla memoria di molti che hanno presto dimenticato da dove nasceva il loro benessere e oggi votano lega.
Solo una nuova generazione colta e civilmente preparata potrà costituire le masse nel senso nobile che intendeva Marx. Non più masse di ignoranti mossi solo dal bisogno, ma masse di persone consapevoli che stanno insieme per vera solidarietà, per valori condivisi e per un altro mondo possibile.
Questa è l’incompiuta della prima Rifondazione che veramente preparava l’altro mondo possibile.
Dimenticare il Bertinottismo e ricominciare nonni e nipoti a costruire l’unico futuro possibile, quello che ha solide basi nella memoria e che cambia da subito il presente.
Un abbraccio.
Giuseppe.
April 19th, 2010 at 8:33 am
@Giuseppe
“I ricchi, timorosi di spartirsi in troppi le risorse del pianeta, hanno programmato politiche di contenimento se non addirittura di sterminio per la popolazione mondiale”
Alcuna evidenza che siano stati i ricchi a “programmare” le guerre di cui parli, con l` obiettivo preciso di contenere cosi` un ipotetico aumento della popolazione?
Inoltre, alcuna evidenza che il non-aumento della popolazione italiana sia, di per se`, una cosa negativa?
Gigi
April 19th, 2010 at 2:03 pm
@Central_Scrutinizer,
un grazie sentito per i tanti complimenti. E mi raccomando: continua a discutere con i tuoi colleghi e cerca - se puoi - anche di levargli un po’ di fette di salame dagli occhi. Ché - sotto questi cieli - la confusione è davvero tanta.
April 19th, 2010 at 2:15 pm
@Gigi (e Giuseppe),
occhio che il discorso che fa Giuseppe non è così campato in aria.
La dinamica demografica - non solo nel Belpase, ma un po’ in tutto l’Occidente - è considerato da alcuni economisti un problema. Se ne è discusso - anche di recente - a Radio 24 (la radio del “Sole”). In particolare l’equazione “bassa natalità uguale problemi di sviluppo” è uno dei cavalli di battaglia di Ettore Gotti Tesdeschi, il presidente dello IOR, ovvero la banca vaticana.
Vero, falso, mezzo e mezzo? Non lo so. Ma per certo la demografia è un punto di vista molto sottovalutato. Per lo meno dalla stampa italiota. E per contro: il Belpaese è davvero un Paese vecchio. E purtroppo - te lo dico perché vivo il problema ogni giorno sulla mia pelle - si sente.
April 19th, 2010 at 2:25 pm
@Shia,
“I problemi dell’Italia sono sempre i soliti da anni; probabilmente non cambierà nulla per i politici, che continueranno a fare clientele pagate con denaro pubblico come al solito.
Cambierà per noi poveri sfigati che vedremo smantellato tutto quel poco di stato sociale che ci rimane, perchè troppo costoso”
Come sai non amo fare l’astrologo da Luna Park. Io faccio il cronista (cioè: racconto quello che è già successo). E - a volte, su questo blog - l’opinionista (ovvero: do opinioni su fatti, appunto, già accaduti).
Ma c’è un ma.
Mi sembra chiaro già da oggi che quest’anno o il prossimo, il governo dovrà mettere mano alle forbici. E tagliare. Per la semplice ragione che i conti pubblici non vanno tanto bene. Insomma: purtroppo credo anch’io che le cose potrebbero andare così. E che la crisi - non solo in Italia - potrebbe tradursi in un taglio del Welfare, a tutto discapito dei soliti poverazzi.Cosa che, per altro, avevo già osservato e scritto nero su bianco a dicembre (ricordi?).
April 19th, 2010 at 4:39 pm
@ admin
Si, concordo.
Però ci tengo a chiarire meglio il senso del mio post, perchè ho l’impressione di non essere stato molto limpido.
I conti pubblici vanno male e questo è certamente un dato.
Tuttavia, la mannaia (la scure) si abbatterà su quei settori della Pubblica Amministrazione che NON fanno clientela e NON portano voti.
Non vorrei far apparire eccessivamente semplicistico il mio ragionamento ma nella stragrande maggioranza dei casi sono i pochi settori della P.A. che funzionano (cioè che garantiscono qualche diritto).
Da qui la conclusione del precedente post: probabilmente ci terremo le clientele, cioè gli sprechi.
Parallelamente vedremo crollare molti ns. diritti - ma questo lo hai detto anche tu.
Byez
April 19th, 2010 at 5:22 pm
@Shia,
“Tuttavia, la mannaia (la scure) si abbatterà su quei settori della Pubblica Amministrazione che NON fanno clientela e NON portano voti”.
Vuoi parlare solo d’Italia? Per me, è riduttivo. Perché i tagli al Welfare sono già un fenomeno che accomuna tutto l’Occidente post-crisi. Ma vabbè.
Allora: io direi che - probabilmente - “la mannaia (la scure) si abbatterà su quei settori che non portano voti” al governo, cioè al centrodestra.
Mi spiego.
Centrodestra e centrosinistra fanno riferimento a blocchi di consenso distinti. Ora: a pensar male, si fa peccato. Ma spesso - come diceva il senatore Andreotti - ci s’indovina. Ecco, allora: vuoi vedere - per esempio - che il governo taglierà magari laddove abbondano le clientele di centrosinistra (per esempio sul fronte delle cosiddette cooperative sociali)? La mia è poco più di un’intuizione, eh. Ma - se ci pensi - ha un fondamento logico. Perché colpire i propri elettori avrebbe davvero del tafazziano.
“Tuttavia, la mannaia (la scure) si abbatterà su quei settori della Pubblica Amministrazione che NON fanno clientela e NON portano voti”.
Perdonami, ma ho un’amnesia. Quali sarebbero i settori della P.A. dove non ci sono assunzioni partitiche o clientelari?
April 19th, 2010 at 5:56 pm
@ Admin
Pensavo si parlasse “solo” dell’Italia ^^
cmq ciò che dici è verissimo.
Sul discorso che fai relativamente alle clientele: la cosa la trovo molto interessante (dico sul serio, senza intenti polemici); a questo punto sarebbe altrettante sfizioso vedere quali settori della P.A. sono allineati con l’uno o l’altro schieramento.
In ultimo: effettivamente parlando di settori mi sono espresso male.
Forse parlando di Dirigenti (quelli che si intescano la fetta grossa della torta) avrei inquadrato meglio il problema.
Chiedo venia ^^
April 21st, 2010 at 12:21 am
@Admin
“occhio che il discorso che fa Giuseppe non è così campato in aria.”
Mm..
Io ci andrei piano prima di dire, senza straccio di prova, che “I ricchi, timorosi di spartirsi in troppi le risorse del pianeta, hanno programmato politiche di contenimento se non addirittura di sterminio per la popolazione mondiale”
April 21st, 2010 at 12:36 am
@Gigi,
bono, bono.
Ho scritto “non così campato in aria”. Vediamo di cogliere anche le sfumature.
April 22nd, 2010 at 1:40 pm
@ Giuseppe questo ragionamento che la riduzione della popolazione sia un male non sta in piedi, anzi siamo e stiamo crecendo troppo. Non si puo’ garantire a tutti un vita dignitosa se si continua a crescere all’infinito! Ricordiamoci sempre che una crescita della popolazione del 2% all’anno, porta and un raddoppio della popolazione iniziale in 35 anni! Quindi ben venga un “femminismo radicale” o qualsiasi altra apertura mentale che porti la gente a superare il modello tradizionale di societa’. Ameno che non vogliamo reintrodurre periodiche epidemie, guerre, ecc per ridurre la popolazione!
April 26th, 2010 at 6:52 am
[...] illustre: Alessandro Penati, professore di Finanza aziendale alla Cattolica di Milano ha scritto in un editoriale pubblicato da “Repubblica” che La Germania ha voluto la moneta unica per sostenere l’ espansione della propria industria in [...]
April 27th, 2010 at 5:12 am
[...] illustre: Alessandro Penati, professore di Finanza aziendale alla Cattolica di Milano ha scritto in un editoriale pubblicato da “Repubblica” che La Germania ha voluto la moneta unica per sostenere l’ espansione della propria industria in [...]
June 22nd, 2010 at 7:27 pm
Ringrazio i molti che mi hanno letto e commentato.
e stavolta voglio essere un poco più “ottimista”.
Non è vero che un sano incremento della popolazione non sia sostenibile.
Tutto dipende dallo stato della tecnica, dallo sviluppo di nuove forme di uso più moderato delle risorse del pianeta, ecc.
E’ una questione di Civiltà nel senso più nobile. Più saremo istruiti, curiosi, creativi, più potremo sopravvivere e non solo, anzi migliorare.
E per tutto ciò, serve una bella “massa critica”.
Nel senso che intendeva Marx.
Le scorciatoie danno gli imperi, persiano, macedone, romano, coloniale inglese, americano.
Tutti destinati a finire.
Ma il genere umano possiede risorse che vanno ben oltre.
Mettiamole in campo.
Ciao,
Giuseppe.