Il silenzio dei bamboccioni
Me ne sono stato zitto per un po’. Anzi: per un bel po’. E spiegare il perché non è facile.
Nel frattempo qualcosa, in quella foresta pietrificata che è il nostro (ex) Belpaese, è davvero cambiato. E’ caduto il governo del immarcescibile Cavaliere di Arcore. Dalle sue ceneri ne è nato uno nuovo nuovento, ma tecnico però. E - soprattutto, verrebbe da dire - la Grande recessione - leggi: la Grande crisi - è finalmente arrivata sulle prime pagine dei giornali, tra i titoloni dei tiggì e perfino sulle bocche dei leader politici de’ noantri.
Finalmente e perfino, si diceva. Perché - mi si perdoni il passo indietro e la pedanteria - ma la Grande crisi non è certo nata quando l’opinione pubblica italiota ha imparato a dire “spread”, ossia suppergiù un anno fa, quando il rischio bancarotta per il nostro (ex) Belpaese è andato in onda a reti unificate. La Grande crisi è esplosa molto, ma molto prima: nel 2008, negli Stati Uniti, con il fallimento di una banca chiamata Lehman Brothers. Solo che un’intera classe dirigente, la nostra classe dirigente, ha deliberatamente deciso di ignorarla, preferendo concentrarsi su papi, pupe, trans, marrazzi, e scandali e scandaletti vari; ultime armi di distrazione di massa nel sempiterno scontro tra destra e sinistra; berlusconiani e antiberlusconiani. Il tutto, va detto, con grande godimento del pubblico (decisamente) pagante, cioè di lettori ed elettori che dopo essere rimasti ipnotizzati da bunga bunga vari, oggi si trovano a pagare le conseguenze di una crisi lasciata incancrenire oltre ogni limite.
Cose e concetti ribaditi da chi scrive fino allo sfinimento, e appunto per anni. Fino alla fine della scorsa estate.
Qualcuno - mi riferisco ad alcuni dei pochi ma buoni lettori di questo blog - in questi mesi di silenzio mi ha scritto per chiedermi che fine avessi fatto e perché avessi smesso di dire la mia sull’universomondo. Non penso che questi frequentatori del blog siano stati a stracciarsi le vesti, mentre il sito rimaneva non aggiornato, e io restavo in silenzio. Ma la cosa, la loro preoccupazione voglio dire, mi ha fatto piacere.
La risposta, però, non è semplice. Davvero. E infatti la sto prendendo alla larga.
E’ che non c’è un modo simpatico o spiritoso o anche semplicemente piacevole per dirlo. Un po’ di tempo fa è mancato una persona. Era un carissimo amico. E, credo, uno dei migliori giornalisti italiani della sua - e della mia - generazione. E questo non lo dico perché è morto. Lo dico perché so quanto valeva: abbiamo lavorato assieme. Aveva 33 anni.
Quando la morte ti sfiora e porta via un pezzo importante della tua vita, puoi reagire in molti modi. Io ho cominciato a farmi delle domande sul senso di quello che stavo facendo. E - francamente - ho faticato e sto faticando non poco a trovare delle risposte. Nulla di strano, penso. Arriva per tutti un momento nella vita, in cui ci si rende conto che nulla dura in eterno: né il nostro mondo, né noi stessi. E per me, quel momento è arrivato in una fredda sera d’inverno che da tempo fatico a scrollarmi di dosso.
Dopo aver passato buona parte della mia vita a nutrirmi di articoli, statistiche, e dichiarazioni (del politico o dell’imprenditore di turno), beh, tutto all’improvviso mi è sembrato, come dire?, inutile. Semplicemente inutile, ecco. E così pure questo blog.
Non so come suona a leggersi. Ma da scrivere è faticoso, come faticoso è accettare la vita - e le sue regole - per quello che è. E forse è per questo che ci ho messo tanto tempo a metterlo nero su bianco.
Finita qui, quindi? Triste, solitario y final? No. Anzi.
Questo blog è stato lo spazio in cui - per quasi cinque anni - ho raccontato di me e del mio universomondo. Ne è nato una sorta di affresco, bello o brutto non lo so, cui mancano ancora alcune pennellate. E non mi va di lasciarlo, per così dire, incompiuto.
Insomma, il succo di quel che volevo dire è che da oggi tornerò a vestire i panni del bamboccione alla riscossa ancora per un po’. Ma solo per un po’. Perché ora lo so: nulla dura in eterno. E non si possono vestire i panni del bamboccione per sempre. Questo blog - chissà se qualcuno se lo ricorda - era nato sull’onda della sparata dell’allora ministro Tommaso Padoa Schioppa. Che è mancato - pace all’anima sua - pure lui. E pure questo, tante volte, vorrà dire qualcosa.
Per me, si avvicina l’ora di voltare una pagina. Ma non è ancora il momento. Spero che qualcuno, comunque, abbia voglia di accompagnarmi in questo tratto di strada, in questi ultimi passi da donchisciottesco bamboccione, sempre e comunque alla riscossa, contro gli eterni mulini a vento.
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io sn felicissimo di leggerti…
nn c’è molto da dire riguardo a quello che hai scritto… ognuno affronta le varie situazioni a modo suo, nn credo che ci sia un modo giusto o sbagliato…
come dici tutto passa, niente è eterno… per il momento godiamoci il presente al resto ci si penserà a suo tempo…
ciao e ben ritrovato
Bentornato/i!!!!!
Mi dispiace leggere che Zio Antonellu non c’è più. Le mie condoglianze ache se in estremo ritardo temo.
@LetteredallaGermania,
ahem. C’è un malinteso. Zio Antonellu - che poi sono io - c’è ancora. E’ un suo collega giornalista che non c’è più. In ogni modo: grazie per le condoglianze. Davvero.