Erano quattro amici (e prendevano un mucchio di voti)/2
Vulpio era stato, per anni, in forza al Corriere della Sera. E da cronista giudiziario, aveva seguito e raccontato le inchieste “Why not”, “Poseidone” e “Toghe Lucane”, ossia le principali indagini condotte dell’allora pubblico ministero di Catanzaro, Luigi de Magistris. Questo fino alla fine del 2008. Poi il suo giornale - o meglio il suo direttore di allora, Paolo Mieli - decise, per così dire, di “revocargli” l’incarico. Di De Magistris e delle sue inchieste tanto controverse quanto scottanti su malapolitica e malagiustizia, Vulpio non avrebbe dovuto scrivere più una riga.
Il giornalista del Corriere avrebbe potuto tacere e incassare. Ma non lo fece. Attraverso il suo blog, denunciò quello che gli era successo (link). E le sue parole scatenarono una vera e propria ondata di indignazione in rete (tanto che ne parlammo anche noi, in un vecchio post - link). Ma soprattutto: la sua vicenda guadagnò ampio spazio sulle pagine del blog del solito Grillo (link). Benedetto dal comico genovese, Vulpio diventò - per molti fan di Grillo e non solo - un vero e proprio alfiere dell’informazione libera. E in breve, il giornalista che raccontando l’inchiesta Why not aveva contribuito a far diventare famoso De Magistris divenne a sua volta una celebrità, per lo meno sul web.
Di lì all’Iddivì, il passo fu relativamente breve. Dopo nemmeno sei mesi dallo scontro con i vertici del suo giornale, Vulpio era già - assieme a Di Pietro e al resto del trio d’attacco - al circolo della stampa di Corso Venezia a Milano per presentare la sua candidatura alle elezioni europee (link). Ma la sua campagna elettorale prese quasi subito una strana piega.
Come spiegò lo stesso Vulpio ai “Bamboccioni” (cioè, insomma a me - link): la macchina elettorale dell’Italia dei valori avrebbe cominciato, ad un certo punto, a boicottarlo. E lo stesso avrebbe fatto il blog di Grillo. In breve: secondo Vulpio: Grillo, Di Pietro&co non lo sostennero, anzi lo penalizzarono. Ne seguì una lunga querelle tra lui e il partito che l’aveva candidato. Vulpio sosteneva che il suo comportamento troppo “libero” era stato maldigerito da certi personaggi poco cristallini dell’Iddivì e che questo gli era costato l’elezione (e i lettori si tengano, per ora, la curiosità su cosa il giornalista intendesse dire; lo spiegheremo tra poco). Di Pietro restò sul vagò e gli promise un qualche incarico.
Sta di fatto che Vulpio non venne eletto e fu il primo dei quattro amici-paladini ad andarsene sbattendo la porta. Per fare che? Inizialmente per tornare sui suoi passi, ossia al Corriere (dove venne dirottato alle pagine della cultura). Poi - con una bella piroetta - andò a lavorare alla corte del berlusconiano Vittorio Sgarbi (è stato uno degli autori del flop tivù “E adesso ci tocca anche Sgarbi”, durato una sola puntata). E da ultimo, sempre lui, Vulpio ha pure firmato un libro intervista a Mario Masi, ex direttore generale della Rai sempre in quota Cavaliere. Come dire: da un estremo all’altro, ma sempre, s’intende, nel nome dell’informazione libera. Libera, evidentemente, anche di fare tanti bei salti della quaglia.
Ma, appunto: cosa intendeva Vulpio quando parlava di “comportamento troppo libero”? Proprio in quella sfortunata campagna elettorale, il giornalista del Corriere aveva rilasciato una intervista al berlusconiano “il Giornale” il cui titolo era tutto un programma: “Io epurato dal Corriere combatto i banditi dell’Iddivì” (link). Per dire che? Per dire che l’Italia dei valori non era un partito diverso, era anzi proprio come gli altri. Con parecchie mele marce e vecchi arnesi della politica di cui sarebbe stato meglio sbarazzarsi al più presto. Ma davvero, davvero? Eccome. Anzi Vulpio fu anche più tranchant: “In certe zone del Sud siamo messi come gli altri. Se ci sono dei banditi dell’Idv, e ci sono, è meglio che si tolgano dai coglioni…”, disse piatto piatto. Spiegando pure che ‘sti banditi, però, promettevano voti sicuri al partito; voti di cui, però, sarebbe stato meglio fare a meno.

Parole che forse gli costarono il posto al Parlamento europeo. Ma che, per certi versi, si rivelarono profetiche.
Un annetto dopo il governo dell’odiato Cavaliere - odiato, s’intende, da Di Pietro&co - pareva finalmente sul punto di cadere. Gianfranco Fini e i suoi minacciavano un giorno sì e l’altro pure di uscire dalla maggioranza. E Berlusconi era alla disperata ricerca di parlamentari disposti a sostenerlo. A furia di bussare a tante porte, alla fine qualcuno rispose. Era l’ex dipietrista Americo Porfidia.
Era il 29 settembre 2010. E il Cavaliere, quanto mai in bilico, fu costretto ad andare alla Camera per chiedere la fiducia e dimostrare di avere un numero di parlamentari sufficiente a governare. Di Pietro, anch’egli presente in aula, gli rispose da par suo, paragonandolo - nientepopodimenoche - a Nerone che suonava l’arpa mentre Roma bruciava; e tirando a mano pure “la massoneria deviata”, così tanto per abbondare (link). Un discorso magistrale che, però, non convinse tutti. Non convinse i finiani che votarono la fiducia e che avrebbero continuato a sostenere il governo del Cavaliere ancora per un po’ (precisamente ancora per due mesi, ossia fino al dicembre di quell’anno). Ma non convinse neppure Porfidia che da bravo parlamentare eletto per l’antiberlusconiana Italia dei valori votò la fiducia al governo di Berlusconi (e se non ci credete, beccatevi pure ’sto link).
Porfidia, dunque. E chi era costui? Medico e sindaco di Recale, 8.000 anime nel casertano, Porfidia - come spiegò un vecchio articolo uscito sulle pagine de Il Sole 24 ore (link) all’epoca del suo passaggio ai berluscones - era un uomo politico di provata esperienza. Dopo anni di militanza nel CCD e nella CDU (insomma con gli ex democristiani di Casini, Buttiglione&co), era passato fuggevolmente con l’UDEUR di Clemente Mastella. E da lì, come fosse la cosa più naturale del mondo, appunto all’Iddivì. Con l’ex pm di Mani Pulite e gli altri compagni del partito degli onesti, Porfidia, forse, sarebbe pure rimasto. Se non fosse stato per un piccolo inciampo: una indagine della Direzione distrettuale antimafia che lo coinvolgeva.

L’indagine era iniziata nel 2007, ma la questione esplose solo due annetti dopo, ossia nel 2009, quando ne parlò anche il Corriere della Sera (link). Porfidia per non imbarazzare il partito si autosospese dall’Italia dei valori e passò al gruppo misto. Ma era solo una questione formale. Il Sole 24 ore (link) ricorda che Nello Formisano, coordinatore regionale per la Campania dell’Iddivì e quindi conterraneo e amico di Porfidia, amava ripetere: «Durante le dichiarazioni di voto, quando nel grande tabellone di Montecitorio si accende una luce nel gruppo misto, so che uno dei nostri vota come se stesse ancora nell’Idv». E sempre il Sole 24 ore ricorda pure che il sindaco di Recale avrebbe continuato fino all’ultimo a portare voti a Di Pietro&co: delle 180mila preferenze incassate dall’Italia dei valori nelle elezioni regionali del 2010, ben 30mila sarebbero state merito di Porfidia.
Porfidia, con quel voto alla Camera del 30 settembre 2010, fu il primo antiberlusconiano a convertirsi al berlusconismo. Ma non sarebbe rimasto a lungo l’unico apostata. Nè il suo fu il caso più clamoroso. (2 - continua)
P.S. Le ultime notizie che ho riguardo Americo Porfidia sono che la Procura ha chiesto per lui il rinvio a giudizio con l’accusa di tentativo di estorsione aggravato dal favoreggiamento di un clan camorristico. La richiesta di rinvio a giudizio risale al 21 aprile 2011 (link). Non sono stato in grado di verificare se nel frattempo sia stato assolto; o se, disgraziatamente per lui, sia stato condannato; o se il giudizio sia ancora pendente. Se qualcuno ne sa più di me, lo prego di scriverlo nei commenti. Sarò lieto di aggiornare il post.
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@ Antonio (admin)
poi sarebbe da capire perchè l’IDV si è infarcita di gente come Porfidia e De Gregorio …..
Ma ho l’impressione che questo lo scopriremo nel prosieguo del post ….
@Admin e @Shia
e Scilipoti dove lo lasciamo? Spero che parliate questo personaggio nel capitolo 3 del vostro articolo
@Shia
#perché l’IDV si è infarcita di personaggi un po’ così?
La risposta, se leggi bene, è già dentro al post. O meglio: la risposta che trovi è quella secondo me più plausibile. Ma Di Pietro credo che ne dare un’altra ancora. Una del tipo: capita di sbagliare candidati.
Sta a te, dunque, trovare la soluzione. Prendi la cosa come se fosse il giallo dell’estate.
@Vamba,
per favore chiamami anche tu Antonio (o Cavaciuti, se preferisci; Cavaciuti è il mio cognome). Admin - come ho già spiegato - è il solo il nickname che ho su questo sito. E che oggi stesso provvederò a cambiare.
Comunque: non ti preoccupare per Scilipoti. Ce n’è pure per lui.
@ Antonio
Allora aspetto di avere tutte le tessere del puzzle
@Shia,
leggiti bene tutta l’intervista di Vulpio (quella a “Il giornale”, ma anche quella che ha fatto a me) e vedrai che non hai bisogno di nessun altro pezzo per comporre il puzzle.
@Antonio
Ho letto…. e che dire…..
Il rischio sarebbe quello di ricadere sempre nei medesimi discorsi….
Davanti alla denuncia dei capibastone (faudalesimo puro) che condizionano le scelte di fondo dei partiti in cambio di voti, e pronti a vendersial miglior offerente, non riesco a non pensare a Tomasi di Lampedusa…
Siamo sempre lì, davanti questa idra dalle mille teste che condiziona questo paese …..
@Caro Shia,
ci siamo capiti. Purtroppo.